Prostituzione: Adelina, dall’Albania a Varese come schiava della strada
ROMA - Ci confida di non aver mai visto il Colosseo prima d’ora, nonostante le tante volte che è stata a Roma per partecipare a trasmissioni televisive. È stata a “Porta a porta”, a “Uno mattina”, a “Maurizio Costanzo Show”, al “Bivio”. E non solo. Instancabile è ritornata nella capitale per raccontare la sua vita a noi di Chronica. Una vita tutt’altro che facile quella di Adelina, come oggi si fa chiamare Alma Sejdini, una ragazza albanese che a soli 22 anni è stata sequestrata e costretta a prostituirsi sui marciapiedi di tutta Italia. Una storia fatta di torture, umiliazioni e solitudine. Fino il giorno in cui ha deciso di denunciare i suoi aguzzini e fidarsi degli uomini della questura di Varese. Quelli che lei chiama i suoi “angeli”. Sorride Adelina. Adesso è una donna libera. È piccola di statura ma grande e vulcanica nelle parole e nelle idee. Oggi si dedica al recupero su strada delle schiave del sesso, come ci tiene a definirle. “Dobbiamo fare una differenza tra una prostituta e una schiava. Una escort è una prostituta che ama la bella vita, una schiava è una schiava”.
Adelina hai 33 anni e alle spalle già due vite: quella di Alma, una schiava della strada, e quella di Adelina, una donna nuova, padrona di se stessa. Qual è la tua storia?
“La storia di Alma è quella di una bambina piccola che sognava di poter mangiare. Addirittura, come ho dichiarato in passato, sognavo che il mare potesse diventare yogurt. Sono cresciuta sotto il regime comunista albanese, in una famiglia povera con sei figli. Un giorno mentre camminavo (era il 1996) vengo avvicinata da tre ragazzi, messa con forza dentro una macchina e rinchiusa in un bunker, dove mi hanno violentata e fatto torture di tutti i tipi. Poi mi hanno rivenduta ad altre persone, con cui sono venuta con il gommone in Italia. Una volta sbarcati nelle coste pugliesi c’erano già delle macchine pronte, che ci hanno portato in delle masserie, dove avveniva lo ‘smistamento’. C’erano anche persone italiane. Qui si consumavano tantissime violenze, vale a dire che le ragazze più belle venivano violentate. Dopo di che ognuna alla sua destinazione”.
Una volta in Italia, dove ti hanno costretta a prostituirti?
“Sono stata in diverse città. Fino ad arrivare a Varese. Quando le Forze dell’Ordine italiane mi rimpatriavano in Albania, prima che diventassero i miei angeli, naturalmente - tiene a precisare-, la polizia di Stato albanese mi riprendeva e mi rimandava altrove, mi rivendevano, in poche parole. Perché purtroppo c’era la corruzione. Facevo sempre un brutto giro, finivo da un padrone all’altro”.
Adelina, le prostitute vengono violentate psicologicamente, sessualmente e fisicamente. Vuoi raccontarci una o più storie di torture da te subite?
“Mi ricordo tantissime torture, alcune mi vergogno anche a raccontarle- ride imbarazzata. Sia torture fisiche, sia con delle bottiglie, non so come spiegartelo, mi mettevano delle bottiglie di birra all’interno per giocare, per farmi male. Mi hanno violentata in molti. Le torture vere e proprie sono quelle che porto io sul seno, ho tre bruciature di sigarette. Mi spegnevano le sigarette accese sul seno. Poi sulla gamba destra mi hanno fatto un taglio profondo con il coltello e mi hanno messo del sale dentro. Questo è un inferno ed io non lo auguro veramente a nessuno. Mi hanno rotto i denti con i pugni. Botte con gli asciugamani bagnati o con le cinture dei pantaloni. Lo facevano per tenermi in pugno, anche se io guadagnavo un milione di lire. Se guadagnavi ti maltrattavano lo stesso, trovavano delle scuse per farsì che li ubbidivi sempre. È un miracolo che io sia rimasta normale”.
È proprio dall’ennesima violenza che hai preso il coraggio per ribellarti. Era la sera del 29 novembre del 1999, quando hai chiesto al tuo sfruttatore di poter rimanere a casa, perché avevi un forte ciclo mestruale. Lui, affatto impietosito, ti ha picchiata, spaccandoti anche dei piatti sulla testa. Così sei stata costretta ad andare sulla strada. Poi però che cosa è successo?
“Stavo pensando di denunciarlo. Gli agenti venivano tutti i giorni e mi dicevano di ribellarmi e che loro mi avrebbero aiutata. Ma dopo quello che avevo subito come facevo a fidarmi? Quella sera, dopo aver messo tanto fondotinta sul viso, e non solo, ho fatto finta di andare a ‘lavoro’. Nel frattempo è passato un cliente, che veniva sempre da me. Quel giorno Dio l’ha mandato al momento giusto nel posto giusto. Lui mi ha dato un passaggio fino alla questura di Varese”.
Da quel giorno tutto è cambiato. I carabinieri di Varese ti hanno aiutata e tu hai aiutato loro a mettere in atto l’operazione Acheronte.
“Ho fatto la denuncia e hanno arrestato quaranta persone, in base alle mie dichiarazioni. Tutti condannati dai 15 ai 20 anni. Anzi gli dovevano dare di più, sinceramente parlando. Tutti colpevoli condannati per associazione a delinquere. Io ne ho denunciati ottanta e non so che fine hanno fatto. Ci vuole coraggio, lo so, per fare tutto quello che faccio”.
Sai di essere stata la prima donna di Varese ad aver usufruito dell’articolo 18 della Legge Turco- Napolitano? Ossia quella legge che permette agli stranieri, in gravi situazioni di violenze o sfruttamenti, di ricevere uno speciale permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale.
“E non solo a Varese, mi pare. L’articolo 18 dà diritto allo studio a coloro che si ribellano al racket. Guai se lo cambiano perché permette alle Forze dell’Ordine di poter aiutare queste ragazze”.
Perché lo Stato non ti concede la cittadinanza italiana?
“Quando ero costretta a prostituirmi davo nome e cognome falsi e una volta sono stata fermata dalle Forze dell’Ordine, con degli sfruttatori. Mi hanno chiesto se una borsa con delle cose rubate era mia. I miei sfruttatori mi hanno parlato in albanese e costretto a confermare. Non sapevo neanche cosa c’era dentro quella borsa. Io non chiedo nient’altro all’Italia. Solo la cittadinanza. Credo di meritarla”.
Hai scritto due libri, il cui ricavato andrà in beneficenza. Il primo intitolato “Libera”. E’ la tua autobiografia. Che successo ha riscosso?
“In tanti lo cercano e lo vogliono comprare. Però l’editore non ha una grande potenza per distribuire ‘Libera’. E quindi dove arriva, arriva. Anzi se c’è qualche libreria che vuole ospitare i miei libri, sarei molto felice…”.
Il secondo libro invece è un’inchiesta sul mondo della prostituzione.
“Si intitola ‘Dio e le stelle del cuore’. È un libro inchiesta. Vuole documentare come in quattro anni leggendari il Capitano Mario Tusa, ora Maggiore dei carabinieri a Napoli, supportato dal colonnello Giacomo Vilardo, ha liberato oltre cinquecento donne. Il mio obiettivo è incentivare le vittime a denunciare, sensibilizzare i cittadini e mostrare come modelli questi due grandi uomini. Questo testo dimostra che si può sconfiggere la criminalità organizzata con le persone giuste al momento giusto”. (Fine prima parte - leggi la seconda parte)
Fotoservizio di Emiliano Mei



