Clima e vino, Guidi: basta catastrofismi sul riscaldamento globale
ROMA - Molto clamore si è fatto e si farà intorno ai cambiamenti climatici e al riscaldamento globale, per molti già in atto e che ci porietterebbero verso un futuro catastrofico. L’argomento è entrato di prepotenza anche al Vinitaly.Urge sempre di più un chiarimento sul tema, proprio alla luce della “Conferenza internazionale sui cambiamenti climatici e il vino” (15/16 febbraio, Barcellona) che ha gettato molte ombre e lasciato numerosi interrogativi aperti nel settore.
Il convegno in programma sabato 5 al Vinitaly, “Mutamenti climatici e sostenibilità ambientale”, organizzato da Veronafiere in collaborazione con BNL-Gruppo BNP Paribas, vuole fare il punto su l’effettiva natura di tali cambiamenti e dei loro effetti sulla viticoltura. Se infatti è vero che , rispetto al passato, avvengono con maggiore velocità e imprevedibilità, il dibattito ha lo scopo di analizzare il punto di vista di produttori, docenti e del più importante centro di analisi meteorologica europea. Chronica ha anticipato e approfondito il discorso con una ricca ed esauriente intervista con il Maggiore Guido Guidi del servizio meteorologico dell’Aeronautica Militare (www.climatemonitor.it).
Se il direttore dell’International Wine Academy di Roma, Ian D’Agata, in un’intervista rilasciataci poco dopo la Conferenza su clima e vino tenutasi a Barcellona, si è espresso in toni pessimistici senza nascondere più di una preoccupazione, soprattutto dei grandi cru, il Maggiore Guidi è di tutt’altra opinione e cerca di fare chiarezza in questo caos climatico che un giorno sì e uno no annuncia l’imminente fine del mondo.
Maggiore Guidi, quali cambiamenti climatici sono concretamente in atto e che tempi reali richiedono per incidere tangibilmente sull’ambiente, la natura, le piante e la geografia dell’agricoltura e viticoltura?
Ai fini della coltivazione della vite, ma anche di tutte le altre colture, parlare di cambiamenti climatici a livello globale non ha molto senso, perché ogni specie ha la propria zona di origine o, se non autoctona, di adattamento. Dobbiamo restringere il campo a una scala inferiore, le medie latitudini europee. Ci sono pochi elementi di cui tener conto e possono rientrare nella normale variabilità climatica fatta di cicli più o meno lunghi, le cui dinamiche sono in parte sconosciute. In tempi recenti sono leggermente diminuite in valore assoluto le precipitazioni, più concentrate in eventi rapidi, intensi, “nutrono” di fatto il suolo in modo diverso e forse meno efficace. Le temperature sono aumentate di alcuni decimi di grado rispetto al periodo pre-industriale, assumendo inoltre un trend di crescita più accentuato negli ultimi tre decenni del secolo scorso.
Ma il riscaldamento globale, in apparenza avvertito da tutti e inserito in catastrofistiche previsioni o rapporti, è davvero in atto?
Negli ultimi dieci anni circa, questo trend di crescita si è arrestato, mostrando una leggera tendenza al raffreddamento negli ultimi tre anni. E’ opinione abbastanza diffusa che saremmo ormai giunti all’apice di un periodo di riscaldamento cui, nel prossimo futuro dovrebbe seguire una fase di progressiva diminuzione delle temperature. Questo processo può in parte essere alterato da un condizionamento esterno, il cosiddetto effetto antropico o, se si preferisce, l’influenza delle attività umane sul clima. Ultimamente, sarebbe proprio la naturale variabilità a “mascherare” la profondità della nostra impronta ambientale sul sistema. Almeno così afferma una buona parte di coloro che si occupano di studiare il clima. In parole povere da una situazione di allarme, in larga misura eccessivo ed ingiustificato, siamo passati ad un più ragionevole ma alquanto fumoso “il riscaldamento globale c’è ma non si vede”. Il punto è che previsioni climatiche vere e proprie non esistono. Quelli che circolano e animano la discussione, provenendo anche da fonti autorevoli, primo tra tutti il Panel intergovernativo delle Nazioni Unite, sono scenari del tipo “cosa succederebbe se…” ipotizzati sulla base di diversi livelli di emissione di gas ad effetto serra fondati a loro volta su diversi livelli di sviluppo socio-economico. Questi scenari prospettano da un minimo di 2 ad un massimo di 6°C in più per la fine di questo secolo, ma - dicono i rappresentanti dell’IPCC - non sono previsioni, perché non considerano lo stato iniziale del sistema. Il punto di partenza è sì l’attuale livello delle emissioni inquinanti, ma non l’attuale stato del clima sulla terra. E questo accade perché i modelli di previsione, anche i più sofisticati, non sono attualmente in grado di riprodurre le dinamiche estremamente complesse interne al sistema clima. Di più, molti di questi scenari sono ben poco realistici, in quanto prevedono un livello di sviluppo mondiale auspicabile ma altamente improbabile e prevedono un consumo di combustibili fossili - i principali responsabili delle emissioni di gas serra - semplicemente irrealizzabile, perché petrolio, carbone e gas naturale, si esauriranno molto prima.
E’ veramente difficile e inutile parlare di tempi e di quantità, sarebbe meglio discutere di adattabilità a questi cicli di variazione e di alleggerimento dell’impronta ambientale, forse non clima-alterante, ma ugualmente dannosa di una larga parte dei nostri cicli produttivi, compresi quelli agricoli con tecniche di irrigazione e un impiego delle risorse naturali certamente non inesauribili.
E’ fattibile che cambi la geografia dei vini e di quanto si potrebbero o dovrebbero innalzare le temperature nei prossimi anni affinché questo avvenga? Sono dati prevedibili? Potrebbe bastare, come suggerito da alcuni, spostare le coltivazioni semplicemente più in altura?
La geografia dei vini può cambiare, certamente, per le ragioni di cui abbiamo appena parlato, ma anche perché in passato questo è già successo. Il punto è che quando è accaduto alle spese di un sistema produttivo neanche lontanamente paragonabile a quello attuale -circa 1000 anni fa -, l’impatto è stato più che altro folkloristico. Mentre ora il sistema sembra essere troppo complesso per adattarsi anche al più piccolo dei cambiamenti. Facciamo un esempio: tra gli anni ‘40 e ‘70 del secolo scorso c’è stato un periodo in cui le temperature hanno subito un consistente raffreddamento, anche superiore al successivo e rapido riscaldamento di cui sopra; come mai nessuno ha pensato di spostare i vigneti più in basso, magari dalla collina al mare? E perché ora si dovrebbe fare il contrario in presenza di segnali quanto meno contrastanti del comportamento del clima? In molte proprietà la vendemmia 2007 è iniziata prima del solito, perché il 2007 è stato un anno piuttosto arido, con inverno mite ed estate normale. Potrei scommettere che data l’assoluta normalità dell’inverno scorso, sia come precipitazioni sia per le temperature, la vendemmia 2008 avrà luogo con la solita tempistica. Che facciamo, spostiamo i vigneti su e giù una volta l’anno? Non è plausibile.
Un commento sulle conclusioni un po’ catastrofiste sulla conferenza di Barcellona sui cambiamenti climatici e il vino.
Non vorrei apparire eccessivo, dato che questi argomenti sono stati anche oggetto di seria discussione di una recente Conferenza Internazionale sui Cambiamenti Climatici ed il Vino tenutasi a Barcellona il mese scorso. Ho cercato di documentarmi su quanto emerso dalla discussione, ma non ho trovato nulla di tangibile in ordine all’adozione di tecniche di coltivazione a basso impatto ambientale, mentre tra una chiacchiera e l’altra di campagne di acquisizione di terreni in Inghilterra da parte di aziende francesi, per esser pronti a coltivare nella neo riscaldata terra d’Albione, troneggia sul sito ufficiale della conferenza un intervento audio video di Al Gore. Alla Conferenza sui Cambiamenti Climatici di New York dei primi di Marzo non c’è andato, perché c’erano troppi scettici, a quella sul vino sì, per dire a tutti che a causa del riscaldamento globale dovremo smettere di berlo. Giusto per informazione, durante i mesi scorsi le future rigogliose vigne britanniche sono state prima alluvionate e poi coperte di neve.
Più chiaro di così si muore.


