Roma Fiction Fest; Raoul Bova: dalla Baia dei Porci alla conquista degli Usa con “The Company”

Raoul Bova il 9 luglio al Roma Fiction Fest per la presentazione della fiction made in Usa “The Company”ROMA - Bello e impossibile, rubando le parole della famosissima canzone cantata da Gianna Nannini, potrebbero essere gli aggettivi perfetti per descrivere Raoul Bova. Potrebbero essere, ma per completare il ritratto vanno aggiunti altri aggettivi fondamentali: umile, semplice e grande professionista. Un uomo che conquista e che viene apprezzato non solo in Italia, ma anche in America. In “The Company” - una serie tv americana sulla CIA con la regia di Mikael Salomon, prodotta da Ridley e Tony Scott, presentata il 9 luglio al RomaFictionFest - interpreta un controrivoluzionario cubano: “Mi ha colpito la sua passione, i suoi ideali, il grande senso di patriottismo e l’onore” ha spiegato l’attore. Dopo la proiezione di “The Company” abbiamo incontrato Raoul Bova per una piacevolissima intervista.

Ma se quel giorno, a 17 anni, tu non avessi perso la gara di nuoto per classificarti alle olimpiadi per colpa dell’ansia da prestazione di cui soffrivi, pensi che saresti diventato lo stesso un attore?

Questo purtroppo è il mio dramma interiore, quello che da anni mi provoca una certa nostalgia. Mia moglie dice che lo nota nel mio sguardo. E’ un traguardo che non ho mai raggiunto e che non raggiungerò mai. Ma questo fa parte della vita, un uomo deve capire che non è invincibile, deve saper capire quando una strada non è la sua. 

Forse allora molte persone, le donne in particolar modo, saranno un pochino “contente” che tu quella gara non l’abbia vinta. E l’ansia da prestazione ti accompagna anche nella tua carriera artistica? La vivi come uno stimolo a fare di più o come un ostacolo?

Raoul Bova il 9 luglio al Roma Fiction Fest per la presentazione della fiction made in Usa “The Company”L’ansia da prestazione, come attore, ce l’ho avuta nei primi periodi. Poi l’ho trasferita nella mia preparazione. Devi pensare che io ho iniziato a fare l’attore senza aver studiato come attore. Quindi avevo bisogno di recuperare e misurarmi con un successo che non sentivo di meritarmi. E tuttora continuo a studiare e a cercare progetti e input che mi diano nuovi stimoli, senza i quali qualsiasi arte muore.

Volgendo lo sguardo al futuro, come ti vedi tra vent’anni? C’è un obiettivo in particolare che vorresti aver raggiunto?

Io penso sempre a mantenere salda la mia vita privata. Tanti sogni li ho già realizzati, sono felice di quello che ho e di quello che ho fatto finora. Il mio lavoro accompagna le necessità che ho e che si rispecchiano nella mia vita. Prendiamo ad esempio la religiosità, apparteneva ad una fase della mia vita, ed in quella fase ho scelto di interpretare San Francesco. I progetti che accetto sono frutto di una mia ricerca. Quando ho fatto “Scusa ma ti chiamo amore” avevo bisogno di sorridere per essere leggero e abbandonare per un attimo le responsabilità della famiglia e le pressioni in genere.

Da qualche anno sei anche produttore, come sta andando?

Il primo film che ho prodotto e in cui ho recitato è “Io, l’altro”. Successivamente ho prodotto dei cortometraggi, uno sulla pena di morte in cui compaiono molti volti noti del cinema italiano, uno sulle morti bianche per la regia di Valerio Mastandrea. Ho prodotto “Milano-Palermo” e l’ultimo è “Sbirri”.Voglio curare più da vicino i progetti che ho in mente. 

Com’è stato lavorare con i fratelli Scott in “The Company“?

I fratelli Scott li avevo già intravisti a Los Angeles. Nel film io recito solo nell’episodio finale, non ho vissuto tutte le fasi di produzione. Sono arrivato a Porto Rico quando tutti erano massacrati dal lavoro. Gli Scott puntano ad essere più internazionali possibile. 

Chi è Roberto Escalona, il personaggio che interpreti in “The Company”?

Roberto è un personaggio estremamente interessante, un controrivoluzionario cubano comandante delle truppe a Baia dei Porci. Con i cubani aspetta la copertura aerea della CIA, che per guidarli invia Chris O’Donnel. 

Hai letto il romanzo da cui è tratta questa serie tv di sei ore che verrà trasmessa sulla Rai?

Raoul Bova il 9 luglio al Roma Fiction Fest per la presentazione della fiction made in Usa “The Company”Ho letto il romanzo. Sono un grande appassionato dei servizi segreti, di quello che non si vede, di tutte quelle cose che non si leggono sui giornali. Penso che un po’ tutti siamo curiosi di sapere quello che succede veramente e che non abbiamo il potere di controllare.

Cosa puoi dirci su “What about Brian“, il telefilm americano in cui interpretavi un italiano?

Rispetto a “What about Brian” questa volta è andata molto bene. Il telefilm è stata una parentesi divertente ma non gratificante. E quando mi hanno proposto Nassyria ho lasciato il telefilm e sono tornato in Italia. In “What about Brian” io dovevo interpretare uno psicologo e mi sono trovato a fare il modello. In America sono abituati a farti arrivare il copione modificato la sera prima, gli attori lì sono dei grandi professionisti perché riescono ad imparare immediatamente la loro parte. Con “The Company” la struttura e il tempo a disposizione erano più umani, mi è sembrato di essere in un grande film americano.

A parte l’abitudine degli americani di dare il copione agli attori la sera prima di andare sul set, quale altra differenza hai riscontrato tra il modo di fare tv e cinema tra America ed Italia?

Io trovo che purtroppo c’è sempre una scala di valori molto triste nel cinema in America. Se hai un ruolo da protagonista i registi ti coccolano e guidano, se il tuo ruolo è secondario non vieni calcolato. Talvolta capita anche nel cinema italiano. E io credo che questa sia una grande pecca, ho sempre pensato che il protagonista vale di più se anche gli altri attori hanno il suo stesso trattamento. Lì sei sempre visto come il forestiero, a volte ti avvertono altre no, vogliono farti fare cose scontatissime per cui loro ridono e te provi pena, come il farmi guardare una partita di calcio mangiando una pizza. E’ uno stereotipo e non arricchisce il personaggio. Fino a quando non diventi protagonista di un film in America paghi lo scotto di adattarti a ruoli superficiali. In “The Company” per la prima volta ho avuto un ruolo di spessore.

Perché secondo te il cinema italiano non riesce ad arrivare in America?

Perché in America non vedono i film sottotitolati. Tanti film inglesi vengono distribuiti. Gli americani non amano i film doppiati perché li reputano “finti”. Di conseguenza un film italiano, per arrivare all’estero, deve suscitare un interesse forte, vincere qualche festival. Io credo sia questo il nocciolo della questione. Ma anche qui non arrivano tanti film americani, rispetto alla grande massa di film che esce lì. Fortunatamente è una tendenza recente che alcuni attori bravi e che stimo moltissimo come Pierfrancesco Favino si stanno facendo strada nel cinema americano, e questo mi fa sentire meno solo e ci da più visibilità. Oltre ad aumentare la preparazione di noi attori.

Photo credits: Emiliano Mei

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