Fallimento, collasso, bancarotta: quel che resta della giustizia italiana

ROMA - Tra gli addetti ai lavori prevalgono ormai i termini più negativi per descrivere la situazione della giustizia: fallimento, collasso, bancarotta. Del resto tali termini sono adeguati a un sistema giudiziario in cui la durata media dei processi è di dieci anni e in cui alcuni procedimenti durano fino a venti anni. Il principio costituzionale della ragionevole durata del processo è attualmente violato in ogni fase e grado del processo penale tanto da esporre l’Italia a ripetute condanne della Corte Europea dei diritti dell’uomo. Uno dei motivi più gravi di tale inconcepibile durata è costituito dal sistema delle impugnazioni che non prevede limitazioni in ordine all’appello della sentenza di primo grado. E’ certo paradossale che dopo un dibattimento di primo grado fondato sull’oralità e in cui la prova si forma nel contraddittorio delle parti si cerchi una decisione più giusta attraverso un giudizio d’appello fondato su prove cartolari. Da vari anni la politica manifesta propositi di riforma che però sembrano basarsi su un equivoco di fondo in quanto si indirizzano prevalentemente verso la ridefinizione dell’ordinamento giudiziario, in particolare del ruolo e delle funzioni del pubblico ministero nonché della struttura e delle funzioni del Consiglio Superiore della Magistratura. Proprio in questi giorni tra i due contrapposti schieramenti politici  si è riacceso il dibattito che vede in prima linea le problematiche relative ai poteri del pubblico ministero e all’obbligatorietà dell’azione penale. Ancora una volta la politica sembra dimenticare che riforme di tale tipo non renderanno più celeri i processi e più certa la giustizia. Rispetto al continuo aumento della domanda di giustizia, dimostrata dal costante incremento dei procedimenti sia nel settore penale che in quello civile, sarebbero invece necessari una completa riforma delle procedure e una totale riorganizzazione degli strumenti di lavoro. Per di più il sistema giudiziario si deve ogni giorno confrontare con risorse progressivamente ridotte: dal 1996 vi è stata una riduzione della pianta organica del personale amministrativo di oltre ottomila unità. Oggi la percentuale di scopertura media nazionale delle risorse umane rispetto all’organico è del 12,63 % . Inoltre negli ultimi sei anni l’impegno di spesa stanziato nel bilancio statale per le cancellerie dei Tribunali è diminuito del 51 %. Le decisioni dell’attuale governo  si pongono sullo stesso solco in quanto un decreto legge emanato il 25 giugno scorso allo scopo di ridurre l’indebitamento delle amministrazioni pubbliche opera un ulteriore drammatico taglio sia ai fondi che al personale del settore giustizia. E’ significativo che altri settori dell’amministrazione pubblica siano stati preservati dal taglio dei fondi o addirittura abbiano avuto un integrazione della dotazione di risorse sul presupposto della valenza strategica del settore, ciò che dimostra la poca considerazione che ha il settore giustizia  nonostante che ormai le attuali risorse siano insufficienti a garantirne il  funzionamento ordinario. Ai cittadini non rimane che una sola arma: esprimere la propria indignazione allo scopo di convincere la politica che non è possibile approvare una valida riforma a costo sottozero e che è necessario confrontarsi subito con le risorse progressivamente ridotte allo scopo di adeguarle alle concrete necessità della giustizia.

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