Robert Whitaker si racconta: ricordi e progetti del fotografo dell’ultima tournèe dei Beatles

La celebre copertina del 33 giri “The Beatles yesterday and today” meglio conosciuta come la “Butcher cover”ROMA - A volte basta un semplice click. Ed il tempo si ferma. Non è un gioco. E’ il potere della fotografia. Se poi davanti all’obiettivo ci sono i Beatles e a fotografarli è Robert Whitaker la magia si compie.
Chi non ricorda la celebre copertina del 33 giri “The Beatles yesterday and today” meglio conosciuta come la “Butcher cover” con i Fab4 vestiti da macellai e coperti di sangue e bambole fatte a pezzi? L’autore di quello scatto, oggi dal valore inestimabile, è proprio Robert Whitaker venuto in Italia nei giorni scorsi in occasione dell’uscita del libro “The Beatles – L’ultima tournée” (Ed. Gremese) dove sono raccolte tutte le fotografie del tour che i baronetti di Liverpool tennero prima di sciogliersi e di scrivere la parola fine sul gruppo più famoso della storia della musica.

Durante l’evento organizzato nel mitico Piper Club di Roma Whitaker racconta l’episodio più emblematico di quella tournée: i Beatles a Manila rifiutano l’invito di Imelda Marcos dando origine ad un incidente diplomatico che li costringerà ad abbandonare le Filippine in fretta e furia, coperti dagli insulti dei fan locali che li avevano osannati fino a poche ore prima. Al loro ritorno in patria prenderanno la decisione di smettere di suonare dal vivo e proprio questo sarà l’inizio della fine.

Robert Whitaker parla di John, Paul, George e Ringo con un tono amichevole. Lui, certo, può farlo visto che ha trascorso con loro momenti di reale complicità e ha assistito ad alcuni dei concerti più famosi come, per citarne uno su tutti, quello tenuto allo Shea Stadium vicino New York.

Per celebrare questa occasione unica, sono saliti sul palco del Club di Via Tagliamento gli AppLE PIES, la più famosa tribute band italiana dei Beatles che ha riprodotto fedelmente il concerto tenuto al Nippon Budokan di Tokyo ed un omaggio al White Album di cui ricorre in questi giorni il 40° anniversario della pubblicazione. Whitaker li ascolta attento e rimprovera simpaticamente il pubblico per non aver riprodotto le scene di isterismo collettivo che si verificavano durante le esibizioni degli originali. Alla fine le sue parole non lasciano spazio ad equivoci: “Siete incredibili. Grazie per avermi riportato indietro di molti anni.”

Il giorno dopo, seduti ad un tavolo all’aperto, in un ristorante vicino Piazza Navona, complice la più classica delle ottobrate romane, Mr. Whitaker si concede ai lettori di Chronica e, quasi senza che io me ne accorga, mi racconta la storia di uno dei suoi scatti più famosi

john-flower.jpgbob-flower.JPGUn giorno venne una ragazza a casa mia. Era una fotografa che andava in giro a fotografare i fotografi che avevano fatto degli scatti che poi erano diventati delle icone cercando di ricreare in parte l’atmosfera di quegli scatti famosi. Decidemmo di scattare la foto nel giardino e io mi appoggiai quel fiore sull’occhio. In quella foto c’è una piccola urna giapponese di porcellana. Uno dei motivi per cui misi il fiore sull’occhio di John era questo: John a casa sua aveva un accendisigari di porcellana a forma di colonna corinzia e qualcuno aveva dipinto su di esso dell’edera rampicante. John e io stavamo parlando di cosa si potesse definire solido e decidemmo che nulla lo è, perché c’è dell’aria in ogni materiale, in ogni cosa. Per cui, alla fine di questa bizzarra conversazione, arrivammo alla conclusione che ogni cosa, anche l’universo, è tutto un’illusione. E se qualcuno può dipingere dell’edera che sembra vera intorno a un accendisigari, non esiste un motivo per cui i tuoi capelli non possano essere fatti di fiori o piante. Subito dopo iniziammo quella session fotografica e misi un fiore sull’occhio a John perché per me rappresentava Narciso. Feci un’altra foto di John, disteso a terra che guarda il suo riflesso in uno specchio d’acqua come fece proprio Narciso. Ecco com’è nata quella foto. Quando quella ragazza venne a fotografare me, non sapeva l’importanza di quella piccola urna di porcellana: quella è la chiave per capire perché feci quella foto: era il legame con la foto di John e con il motivo per cui decidemmo di scattarla. Lei tentò più volte di toglierlo dalla foto, ma non ci riuscì.

john-w.jpgC’è una fotografia nel libro a cui sei particolarmente legato?

Il libro rappresenta un tour di poco più di 2 settimane ed è un ricordo. Le amo tutte… Forse ce n’è una di John Lennon che tiene in mano una maschera giapponese di porcellana: mi piace quella foto perché testimonia il rapporto e l’interazione che avevamo io e John. Lui prese quella maschera, se la mise nella giacca e mi guardò con quell’espressione tutta sua ed io scattai la foto. Ce n’è un’altra di Paul che guarda attraverso una tenda. Ed i suoi occhi sono spalancati. Quella è una bella foto. E poi ancora un’altra di Ringo che si accende una sigaretta: sarebbe stato meglio mettere quella foto su una pagina più grande perché la grana della pellicola catturò perfettamente il fumo della sigaretta. Sono sempre meravigliato dalle capacità della pellicola… Sono di certo fotografie dei Beatles ma prima di tutto sono fotografie di un fotografo. A volte mi disorienta rispondere a delle domande sui Beatles perché io non sono i Beatles, sono solo un fotografo e amo il mio lavoro.

Facciamo un passo indietro: quando sei partito per quella tournee c’era qualcosa nell’aria che faceva presagire che quella sarebbe stata l’ultima?

copertina-francese.jpgNon so, bisognerebbe chiederlo a loro. Quando finì il tour erano davvero infastiditi da quello che accadde a Manila… io ho girato mezzo mondo con loro… ho visto decine di loro concerti ed ero in  grado di capire con una sola occhiata come si sentivano in quel momento. Il problema all’epoca fu che tutto quanto stava diventando noioso: ripetere gli stessi concerti, suonare sempre le stesse canzoni e non riuscire quasi a sentire il suono dei loro strumenti o delle loro voci a causa delle ragazzine che urlavano. Io credo, ma questa è solo una mia opinione personale, che semplicemente non ne potessero più di continuare a fare tutti i giorni le stesse cose ed avevano bisogno di sperimentare qualcosa di nuovo. Avevano bisogno di andare in uno studio e lavorare sulla loro musica per farla crescere, per farla diventare più adulta. E poi non c’è nulla di strano: se metti 4 persone in una stanza piccolissima, prima o poi finiranno per non sopportarsi più e litigare.

Forse l’inizio della fine fu anche la morte di Brian Epstein…

No. Quando arrivò il Maharishi, Brian Epstein perse il controllo e questo lo fece molto arrabbiare. Io credo che i Beatles non si resero conto dell’errore che stavano facendo lasciano da parte Brian. E questo gli costò la vita. Quando Brian morì, John disse: “E ora? Cosa facciamo?”. E poi si affidarono ad Allen Klein… e il resto è noto…

Tu sei stato anche in posti dove c’era la guerra, hai fotografato persone che soffrivano, persone ferite. Emozioni differenti rispetto alle ragazzine che gridavano per un gruppo di musicisti. Qual è stato il tuo approccio come fotografo in situazioni così lontane fra loro?

johnw2.JPGPrima ti parlavo dei miei discorsi con John Lennon a proposito di cosa è “solido” e cosa non lo è. Personalmente ogni situazione che desta il mio interesse diventa immediatamente “fluida” e il pericolo di essere ferito in una situazione di guerra non mi preoccupava o disturbava affatto, ma in quei momenti bisogna mantenere una certa “disciplina” nel fare le fotografie. Devi avere sempre ben presente che quello che stai facendo è registrare l’attimo su una pellicola. Devi sempre far attenzione a cosa c’è di fronte a te e tu sei dietro al motivo che ti ha portato lì. E devi sempre essere concentratissimo, in ogni istante, devi guardarti intorno e fermare quello che vedi sulla pellicola. E questa è semplicemente disciplina.

Comunque non deve essere affatto semplice passare da una situazione di celebrazione della vita alla distruzione e alla morte…

Mi piace la sensazione di eccitazione. E quando andavo in giro per il mondo con i Beatles mi piaceva vedere i fans, andare ai concerti ed era tutto assolutamente fantastico, era come una scarica elettrica. E per me che venivo dall’Australia, unirmi a loro era stato come scalare una montagna ed arrivare in cima. Ma in quei giorni non avevi tempo di fare nulla: era sempre tutto di corsa, saltavamo sugli aerei, avevamo gente che urlava in aeroporto, sotto gli alberghi, era tutto un concentrato di emozioni, ma non avevo il tempo di fermarmi a pensare cosa dovevo catturare sulla pellicola. Poi, all’improvviso, finisce tutto ed inizia un’altra vita che non ha nulla a che fare con i Beatles. Presi uno studio a Chelsea e con un mio amico cartoonist australiano fondammo un giornale satirico che chiamammo “OZ”. La cosa mi tenne abbastanza impegnato. Prima che tutto funzionasse a dovere passarono circa 6 mesi. In quei sei mesi accaddero tante cose: il magazine iniziò ad uscire, arrivò la mia collaborazione con i Cream, altri lavori stimolanti. Eravamo a King’s Road, insomma, c’erano sempre moltissime persone interessanti, brillanti e piene di energia che venivano nel mio studio. A quel punto pensai: “ok, qual è la prossima cosa eccitante che posso fare al mondo?”. Nel 1968 iniziai a trascorrere moltissimo tempo con Salvador Dalì. Viaggiavamo moltissimo: Parigi, Barcellona, gli Stati Uniti. Ho lavorato molto con lui. Fotografai le rivolte pacifiste contro la guerra in Vietnam a Grosvenor Square a Londra. Andai alla mia agenzia fotografica, dal proprietario dell’agenzia per l’esattezza, e gli dissi: “Io voglio andare in Vietnam.” Era un mio desiderio, e lui disse: “Eccoti il biglietto”. Ma da quel momento in poi dovetti pagare tutto di tasca mia. Avevo lavorato per il “Life” magazine a Tokyo quando fotografai i Beatles e quindi conoscevo molta gente da quelle parti anche nella redazione del “Time”. Quando andai a Hong Kong andai nei loro uffici e mi dissero “Ok, sei sul prossimo aereo per Saigon. E devi accreditarti”. Era tutto molto eccitante. Anche perché non si poteva andare da nessuna parte senza l’autorizzazione del Ministero della Difesa. Una volta che sei accreditato e autorizzato puoi daliw.jpgfare quello che vuoi. Ti portano sugli elicotteri, sui jet, ovunque. Rimasi qualche giorno a Saigon e me ne andai in giro a fotografare un po’ di tutto: l’ambasciata britannica, quella americana, le chiese, la gente per le strade, i soldati americani che mi passavano davanti, andavo nei locali, nei bar. Era tutto estremamente affascinante. Ma tutto questo accadde solo perché io decisi di muovere il culo e prendere un volo per il Vietnam. Nulla succede se non fai in modo che accada. Ad ogni modo… le guerre sono molto emozionanti. Ci sono delle immagini bellissime che ritraggono la dignità dei soldati, il loro lavoro con le armi. Forse le racchiuderò in un libro un giorno. Ho iniziato da poco a riordinarle e quando guardo i negativi sul computer rimango assolutamente meravigliato di come l’immagine sia ancora nitida. Ho migliaia di fotografie nei miei archivi, ho fatto talmente tante cose nella mia vita…Peggy Guggenheim a Venezia ad esempio potrebbe essere l’idea per un altro libro perché sono inedite, mai viste. Ho fotografato moltissimo anche Man Ray

Come mai hai deciso di smettere di fotografare, di ritirarti?

Perché mi sono sposato!

Dici davvero?

Portai mia moglie Susie in Siria. Ed un razzo entrò nella nostra camera da letto. Eravamo sposati solo da 48 ore e quel razzo le passò proprio sopra la testa, avrebbe potuto ucciderla. Io guadagnavo circa 150 dollari al giorno lavorando per il “Time” e con l’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. E mi sono chiesto “cosa sta succedendo?” Non ti pagheranno mai abbastanza per portarti in questi posti a farti ammazzare. E così tornammo in Inghilterra e comprammo una piccola fattoria. Ed io semplicemente spensi la macchina fotografica.

Ma negli anni ti è mancato il tuo lavoro, le fotografie e tutto il resto?

Ma sai… abbiamo una bella fattoria… avevo un ponticello da costruire sul fiume (che ancora regge per fortuna!). Sono arrivati i bambini, facevamo delle belle feste con gli amici, tra cui Helen Mirren che in quel periodo viveva a Stratford on Avon, vicinissima a noi. Eravamo una comune di hippy benestanti…  abbiamo comprato case più grandi man mano che arrivavano altri bambini… Non avevo tempo per fare fotografie! Anche se ho lavorato molto con la BBC e la televisione inglese… Potrei ricominciare quando voglio, ho molti contatti. Semplicemente non lo faccio. Ma ho comunque talmente tante altre cose da fare…

Pensi che la modernizzazione portata dalla fotografia digitale abbia fatto perdere qualcosa rispetto alla pellicola?

libro.jpgE’ semplicemente una cosa diversa. Ricordo qualche anno fa, l’Agfa mi diede una piccola macchina fotografica digitale, io ero a Londra in un ristorante con una ragazza australiana che faceva parte di una band, lei era in controluce ed io avevo solo la visuale della sua silhouette. Scattai una fotografia con il flash e rimasi così sorpreso da quanto fosse dettagliata l’immagine del suo viso. Era tremendo, era quasi crudele il fatto che io fossi riuscito ad andare addirittura oltre il suo make up. E pensai “ok, questo è differente”. Al momento non mi piacque. Poi iniziai ad utilizzare il flash esterno e mi trovai meglio. Certo, la pellicola è fantastica ma la fotografia digitale è qualcosa di completamente diverso. È un altro mondo, ma non c’è nulla di sbagliato, bisogna continuare su questa strada… E’ un mondo nuovo, è un nuovo modo di osservare, è una luce nuova. E se riesci a dimenticare cosa riusciva a fare la pellicola ed inizi a lavorare con la digitale, allora pensi che sia fantastico!

Un’ultima domanda. Oggi l’industria musicale è molto più veloce: alcuni gruppi nascono e muoiono nel giro di pochi mesi. Difficilmente si creano ancora dei sodalizi artistici come quello che hai avuto tu con i Beatles… I musicisti sono delle star che vengono tenute quasi isolate dal resto del mondo. Alla luce di questo, credi che il rapporto che si instaura tra il fotografo e l’artista sia cambiato?

copertina-uk.jpgNo, non credo. Almeno non per me. I management musicali, ma anche cinematografici, ti sottopongono sempre dei contratti con mille clausole, non puoi far questo, non puoi far quello ecc. Beh, io non li ho mai firmati. Sono stato contattato, qualche tempo fa, dalla Paramount per un film con Sienna Miller, intitolato “Hippie hippie shake”, ambientato alla fine degli anni ’60, all’epoca del nostro giornale satirico “OZ”… mi hanno offerto molti soldi… a causa delle condizioni che mi hanno proposto, è rimasto ancora tutto sospeso. Sono stato contattato da molti management musicali per fotografare degli artisti… Se un giorno dovessi nuovamente fotografare una band sono sicuro che sarebbe tutto come è stato con i Beatles, lo stesso rapporto, lo stesso feeling. Io non credo che le cose siano cambiate. Ma… io sono io… 

Si ringraziano:

Marco Crescenzi:  www.beatlesfanclub.it

AppLE PIES: www.applepies.it

Gremese editore: www.gremese.com

15 comments:

  1. Guido, 20. Ottobre 2008, 23:14

    Tutto d’un fiato… ora lo rileggo!!!! Per il momento posso solo dirvi GRAZIE!

     
  2. Rosy, 21. Ottobre 2008, 10:45

    Che grande! E quando racconta di come e perchè ha smesso di fotografare.. all’inizio ridevo, poi ho detto “minchia!”
    Che storia!
    Bellissima intervista Chià ;)

     
  3. Zio Antonio!!!, 21. Ottobre 2008, 12:50

    complimenti Chiaaretta, davvero fantastico questo uomo!!! l’intervistatrice poi…non ne parliamo…the best!!! anch’io vorrei un giorno ritirarmi in una fattoria e fare l’hippy!!!! aahahahahahahah!!! ciaooooooooooooooooooooooooooooooooooo!!!

     
  4. mik, 21. Ottobre 2008, 13:09

    che lavoro ragazzi…del resto a parlare e a fare le domande c’erano 2 enormi garanzie!

     
  5. Serena, 21. Ottobre 2008, 14:03

    Bellissima intervista!! Complimenti!! L’ho letta tutta d’un fiato…
    Piena di cose interessanti ed episodi che non sapevo!!!
    Grande!!!

     
  6. angelo, 21. Ottobre 2008, 14:51

    complimenti! finalmente un articolo/intervista sui Beatles che non smetti di leggere dopo 2 righe perchè sempre le stesse cose, molto brava la giornalista

     
  7. Emapaul, 21. Ottobre 2008, 17:15

    Molto bello, non le solite domande sui Beatles, non le solite notizie beatlesiane, originale !!
    E Mr Whitaker è instancabile, altra generazione !!

     
  8. R whitaker, 21. Ottobre 2008, 21:12

    Chiara, what a busy journalist you have been. It looks great in Italian, though only a few words get by my knowledge of the language. Yes it was a delightful interview. Good for you?

     
  9. max, 22. Ottobre 2008, 10:53

    Brava Pasquale!!! Un salto indietro nel tempo…quando non avevo le rughe!
    max

     
  10. Emiliano, 22. Ottobre 2008, 10:57

    Una splendida intervista, un uomo incredibile (starei ad ascoltarlo giornate intere) e una giornalista sopra le righe..da leggere e rileggere!!
    Complimenti Claire..

     
  11. Laura, 22. Ottobre 2008, 12:43

    Chiaretta hai fatto un capolavoro!!!!!Brava!!!!Complimenti!!!!!!Interessante,diversa…..sai che ti dico me la leggo di nuovo!!!!!Laura.

     
  12. Katia, 23. Ottobre 2008, 12:29

    Brava Chiara, dentro c’e’ tutto l’entusiasmo, la passione e l’amore che hai per questo lavoro. In bocca al lupo per il futuro! Katia

     
  13. Claudia, 23. Ottobre 2008, 15:06

    Ottimo Chiara!!!! veramente professional!!! ….e non si direbbe! ;-)
    Complimentoni davvero!!!! adesso aspettiamo l’intervista a George Martin! Bacio! Claudia (Torino)

     
  14. Mary L., 24. Ottobre 2008, 23:02

    Una vita interessante vista dalla prospettiva di un fotografo che coglie le emozioni a tutto campo.
    E solo lui poteva svelarci i retroscena della foto col fiore nell’occhio!
    L’intervista è scorrevole ed esaudiente. Complimenti Chiara!!!!

     
  15. Enrico F., 27. Ottobre 2008, 11:30

    Frammenti di vite incredibilmente intense!!!
    Complimenti Chiara.

    Enrico

     

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