CabaRè: Domenico Liggeri si racconta a Chronica
MILANO - Per chi vuole passare una serata in allegria, ma anche godere di uno spettacolo fuori dagli standard, c’è CabaRè: uno show teatrale comico al Teatro Derby di Milano, uno spettacolo-show innovativo nella sua struttura, semplice e profonda, e che si prefigge di superare il meccanismo rigido degli show con stand up e continui “ecco a voi…”, nonché il concetto di rappresentazione in cui bisogna “far finta” che un personaggio sia vero. Sulla scena non ci sarà più differenza tra persona e personaggio, perché gli artisti saranno dichiaratamente loro stessi e sarà esplicito il loro interpretare un ruolo. Teatro-verità, di pura comicità, con artisti della risata che hanno il coraggio di mettersi in gioco, portando in scena ciò che sono veramente.
Lo spettacolo è ideato da Domenico Liggeri che ne ha curato anche la regia. Per Chronica, lo abbiamo intervistato, non sapendo di festeggiare anche i suoi ventanni di carriera:
Domenico, cosa intendi per teatro-verità, cos’è e come sei arrivato a questa idea?
Beh… attraverso una “cassuola”! (Pur non essendo io milanese). Proprio mentre mangiavo questo ottimo piatto mi sono detto:” Perché non mettere in atto tutto ciò che avevo pensato?” L’esperienza è la filiazione di una precedente esperienza realizzata a Bergamo, e già avevo una base umana e artistica.
Cosa hai aggiunto di tuo?
L’idea di farne un vero e proprio spettacolo. Ho cercato di fare in teatro tutto ciò che contesto alla televisione comica, pur lavorando anche per essa. Contesto in qualche modo me stesso!
Perché contestazione se si parla di comico?
Perché in televisione c’è la peggiore comicità possibile. I comici devono poter essere liberi di far tutto, tutto ciò che non è concepibile in altri luoghi: in mezzo a tanti buffoni che fanno i comici in luoghi in cui non è ammesso, dagli ospedali al parlamento, i veri comici possono fare ciò che non è concesso proprio nel luogo per eccellenza della messa in scena della vita: il teatro. La gente ancora casca di fronte a due seni nudi, ma ancora accoglie bene ciò che è di qualità.
E cosa ci dici dell’idea del re della serata?
Il re è un personaggio che il re nasce da lla suggestione di un film di Scorzese “re per una notte”. Ci mettiamo noi nei panni di chi naviga verso la mitomania, il successo e qui l’idea del rapimento. Qui l’idea è opposta, i nostri numeri uno li invitiamo, li leghiamo e li deridiamo noi stessi, divertendoci con loro. Il teatro scimmiotta la televisione, e invece così non può essere. Portare il clima del backstage in scena (mi sono detto): mi è venuta in mente l’idea , pirandellianamente forse, di svestire i personaggi dai loro ruoli ma di rivestirli di se stessi. Dieci comici cercano quindi le risate fra di loro e con l’ospite. Loro sono attori comici e non soltanto comici che portano in scena un personaggio (è questo il vero reality show).
Come ti poni di fronte ai tuoi spettacoli?
Dico sempre che chi sa fare una cosa la fa, chi non la sa fare la insegna, chi non la sa insegnare la critica. Io ho pensato a fare ciò che volevo capire e scoprirlo mentre lo faccio… Forse da epistemologo e studioso, “ci entro dentro” e cerco di capirlo. Sin da piccolo avevo amore per libri, teatro e cinema, e d è da allora che ho imparato a coltivare le mia passioni vivendole. In questo spettacolo, nessuno si ingessa nel personaggio con il solito “ecco a voi” e un personaggio che si presenta sempre fisso. Ognuno qui invece interpreta se stesso.
I tuoi modelli?
Mi considero figlio di Enzo Trapani, l’unico vero genio della televisione italiana. Metteva insieme la gente ed è lui che ha iniziato a spezzare tutto e disobbedire al dictat televisivo del tormentone che si deve ripetere sempre. Ogni volta c’era qualcosa di nuovo.
Tu dici di portare in scena le prove, il clima da backstage: come sono allora le prove?
Non ce ne sono!!! C’è in realtà un copione preciso che però viene stravolto dalle impressioni e idee di ognuno. fondamentale è l’aiuto e il lavoro di Daniela Allegra che allestisce lo spettacolo sui miei copioni. Lei è una vera attrice, non come me che sono arrivato a teatro con il gommone! Poi è mia abitudine non vedere lo spettacolo durante “le prove” , ma vederlo con il pubblico per rimanere dalla loro parte. Scrivo tutto nei minimi dettagli ma poi lascio liberi gli attori. E in questo cerco l’impatto emotivo con il pubblico, cercando di capire su cosa lavorare la volta successiva.
Un tuo mito del passato?
A casa tengo sempre il televisore acceso: Totò e Woody Allen. Così come non manca Jerry Lewis. Ogni tempo ha le sue regole, ci vuole una regola e una collaborazione vera tra autore e comici, per riuscire nel presente come i grandi che ci hanno preceduto di recente.
La tua vita passata prima di essere autore, e da piccolo?
Ventanni di carriera nello spettacolo e non ho compiuto ancora trentanove anni, ma ho fatto davvero di tutto. Cortometraggi, videoclip, arecensioni per i giornali, ma ho cercato di fare davvero tutto secondo le mie regole e senza cedere a compromessi, con molte difficoltà ma l’ho fatto. Il mio primo giornaletto l’ho fatto a sei anni, lasciando lo spazio per la foto di prima pagina e il titolo! E poi da piccolo costringevo i miei cugini a fare il playback di film e scene che mi colpivano, come un piccolo regista alle prime armi.
Cosa pensi del cabaret in italia?
E’ amato dal pubblico, ed è il genere più ricercato dalle convention. Forse manca il coraggio di osare, alzare il tiro ed elevarsi. Anche nell’improvvisazione c’è un legge matematica, che non nega il caos ma cerca di spiegarlo..
Che rapporto hai con i tuoi attori?
Splendido ma non facile. Ho dovuto incitarli a osare di più, essendo senza personaggio fisso e senza regole. Il fatto di portare in scena le persone è qualcosa che avviene senza finzione, tranne due o tre elementi di racconto (giusto per condire un po’ la pietanza).
Possiamo parlare di serietà nel cabaret?
Per la parte che scrivo io di copione la mia scrittura comica è figlia di uno che legge tutti i giornali, e quindi è intrisa di notizie e riferimenti sociali, e nel mondo contemporaneo, ma non da censore. Basti pensare alla battuta politica alla fine dello spettacolo…



