Nella tomba di San Paolo ci sono i resti dell’”apostolo delle genti”?
ROMA - A Roma, alle origini del cristianesimo, nacque il culto di Pietro e Paolo. E proprio nella Città Eterna - dove i Principi degli Apostoli trascorsero gli ultimi anni della loro vita annunciando il Vangelo - si conservano le memorie e i segni di questi esemplari testimoni di Cristo, si venerano i loro sepolcri, sopravvivono le tracce materiali dei primi edifici di culto, meta sin dai tempi antichi di incessanti pellegrinaggi. “Io posso mostrare i trofei degli apostoli. Se infatti vorrai recarti al Vaticano o sulla Via per Ostia, troverai i trofei di coloro che fondarono questa chiesa”. Scorrendo le parole di Gaio, erudito cristiano vissuto tra la fine del II e gli inizi del III secolo d.C., ci troviamo davanti a una preziosa testimonianza, in grado di svelarci in tutta la sua semplicità i luoghi che accolsero le spoglie mortali di Pietro e Paolo. Le sue parole hanno trovato, a distanza di quasi due millenni, un primo riscontro archeologico negli scavi condotti sotto la basilica di San Pietro e, di recente, nuove conferme nelle ricognizioni effettuate presso la basilica di San Paolo fuori le Mura. Dopo il ritrovamento della più antica icona di San Paolo, affiorata nel mese scorso durante il restauro di un affresco all’interno delle catacombe romane di Santa Tecla, un’altra rivelazione sull’“apostolo delle genti”: i resti mortali di Paolo di Tarso sarebbero conservati proprio nella tomba di San Paolo, sotto l’omonima basilica romana. Ad annunciarlo è stato nei giorni scorsi il Papa Benedetto XVI, nel corso della celebrazione a conclusione dell’anno paolino, dedicato al bimillenario della nascita dell’uomo convertito al Vangelo sulla via di Damasco. Una rivelazione che ha destato stupore, emozione, gioia in alcuni, dubbi, critiche e un generale scetticismo in altri.
Ma prima di rivolgere l’attenzione a questa sensazionale scoperta, al momento ancora molto discutibile, sembra opportuno fare un viaggio a ritroso, partendo dai dati offerti dalla tradizione sul martirio di San Paolo, attraverso tempi, modi e luoghi. Se ne parla per la prima volta negli Atti di Paolo, scritti verso la fine del II secolo d.C.. Essi riferiscono di una condanna a morte per decapitazione voluta dall’imperatore Nerone ed eseguita subito dopo. La data della morte varia già nelle fonti antiche, che la pongono tra la persecuzione scatenata da Nerone dopo l’incendio di Roma nel luglio del 64 e l’ultimo anno del suo regno, cioè il 68.
Tradizioni successive forniscono ulteriori dettagli. Una, la più leggendaria, racconta che la decapitazione avvenne presso le Acquae Salviae, sulla Via Laurentina, con un triplice rimbalzo della testa: i tre rimbalzi avrebbero dato luogo all’uscita di tre fiotti d’acqua, per cui il luogo fu detto “Tre Fontane”. L’altra tradizione, in consonanza con l’antica testimonianza di Gaio, già menzionata, ricorda che la sepoltura di Paolo avvenne non solo “fuori della città… al secondo miglio sulla Via Ostiense”, ma più precisamente “nel podere di Lucina”, matrona cristiana. Qui, nel secolo IV, l’imperatore Costantino eresse una prima chiesa, poi grandemente ampliata tra IV e V secolo dagli imperatori Valentiniano II, Teodosio e Arcadio. Dopo l’incendio del 1800, nello stesso luogo fu eretta l’attuale basilica di San Paolo fuori le Mura.
Veniamo ora alle scoperte degli ultimi anni, senza dimenticare i racconti forniti dalle fonti letterarie. Sotto l’altare maggiore della basilica di San Paolo fuori le Mura, nel 2006 un gruppo di archeologi dei Musei Vaticani aveva individuato un sarcofago di età romana, ubicato sotto l’epigrafe “Paulo apostolo mart” posta alla base dell’altare. Quest’anno, nella più assoluta segretezza, sono riprese le ricognizioni per far luce sul contenuto della sarcofago. Utilizzando una tecnica non invasiva “per rispetto alla sacralità del luogo”, è stato possibile - mediante l’inserimento di una sonda - prelevare un campione di materiali organici all’interno del sarcofago.
La datazione delle ossa e di altri materiali organici (tessuti, semi, sostanze proteiche e calcaree), ottenuta con il metodo del radiocarbonio ( Carbonio- 14), ha indotto gli archeologi a considerare la sepoltura di I-II secolo d.C.. In assenza di dati scientifici probanti, non si può confermare, né escludere che si tratti dei resti mortali di San Paolo. All’interno del sarcofago riposano le spoglie di un uomo vissuto tra I e II secolo d.C.. Che si tratti dei resti mortali di San Paolo o di un anonimo personaggio seppellito lungo la Via Ostiense e finito casualmente in quella destinazione sepolcrale, non possiamo dire con certezza. Piacerebbe a tutti confermare i dati della tradizione, ma in questo come in casi analoghi, la prudenza è d’obbligo e, non sempre, è possibile ragionare per sillogismi.
L’archeologia è una scienza, in alcuni casi in grado di fornire risposte precise. E il contesto di rinvenimento può svelare ancora importanti dettagli. Ma per potere esaminare attentamente il contenuto del sarcofago, sarebbe forse il caso di procedere all’apertura del sarcofago. Ne è convinto anche il Cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo, Arciprete della basilica di San Paolo fuori le Mura, che ha già inoltrato la richiesta al Pontefice. Se il Papa prenderà una decisione in tal senso, un’ispezione potrà essere tentata in futuro, anche se i lavori di apertura del sarcofago richiederebbero tanti interventi, come la demolizione dell’altare papale e la rimozione del baldacchino di Arnolfo di Cambio.
Con la speranza che questo giorno non tardi ad arrivare, sospendiamo il giudizio e rimaniamo in attesa di sviluppi positivi.


