Festival della Canzone Romana 2009: la parola a Lando Fiorini
ROMA - Si è svolta domenica 27 settembre, presso il Teatro Olimpico, la finalissima del XIX Festival della Canzone Romana, ideato da Lino Fabrizi e arricchito dalla partecipazione, come ospiti, di Lando Fiorini, Alfiero Alfieri, Luciano Rossi, Aldo Donati (Schola Cantorum) e Giorgio Onorato. Una manifestazione molto interessante che si è conclusa con la premiazione dei quattro finalisti (Roberta Albanesi, Diego Marchesi, Elisabetta Tulli, Jessica Costa) e con l’auspicio da parte del suo ideatore che il prossimo anno, in occasione del ventennale, possa partecipare anche la Rai con riprese e approfondimenti. Noi, nel nostro piccolo, ce lo auguriamo ma nel frattempo vorremmo tener vivo l’interesse per la “canzone romana fra presente e futuro” proponendovi alcuni spezzoni di una serie di interviste condotte prima della serata. Si parte con Lando Fiorini, a seguire poi Aldo Donati, Alfiero Alfieri e Lino Fabrizi. Buona lettura e buona riflessione!
Quale è lo stato di salute della canzone romana?
Ha un po’ d’influenza. Anche perché da quando se ne è andata Gabriella Ferri siamo rimasti in pochissimi a difendere la canzone romana. L’unico è Lino Fabrizi che tenta con tutte le sue forze di far qualcosa, però avrebbe bisogno di essere sostenuto e aiutato sia dalle istituzioni sia dai mass media. Certo, mancano gli interpreti in questo momento e un festival della canzone romana giovani dovrebbe proprio servire a far emergere qualche elemento nuovo e bravo che si dedichi soltanto alla canzone romana. Deve fare una scelta di vita e di lavoro, vederla come una specializzazione. Come ho fatto io. È vero, io sono stato fortunato perché ho cominciato con Garinei & Giovannini e poi Trovajoli mi ha detto “tu devi cantare questo perché questo ti sta bene”, ma è così che si deve fare. Ora la canzone romana ha l’influenza e questo festival può essere una buona aspirina ma occorre fare di più per far sì che guarisca completamente. Magari anche avendo più coraggio nelle scelte, cercando di svecchiare il panorama, trovando elementi giovani da inserire con più continuità e facendo sì che emergano forze nuove che possano continuare a fare canzoni romane.
È quindi soprattutto un problema di scuola?
Sì, di scuola, di palestra ma anche di un mezzo per farsi conoscere. Non ci sono infatti grandi alternative a questo festival. Io, nel mio piccolo, al Puff, che ha compiuto 40 anni, ho fatto esordire attori come Montesano, Banfi, D’Angelo, Gullotta, Mattioli, ma non cantanti perché ci sono io. Questi però hanno avuto la possibilità di farsi conoscere e ciò dovrebbe avvenire anche per i cantanti di questo festival, sempre sperando poi che decidano di continuare su questa strada perché alla fine è la specializzazione quella che conta. Abbiamo molti cantautori romani che hanno dedicato con grande successo canzoni alla loro città, Baglioni, Venditti, Califano, ma è comunque troppo poco e poi non hanno fatto quella scelta di cui parlavo io: sono cantautori italiani non cantanti romani. A noi manca proprio una nuova Gabriella Ferri, un nuovo Lando Fiorini ma anche un nuovo Fiorenzo Fiorentini: gente che rinverdisca la tradizione e la faccia conoscere al grande pubblico.
Un po’ come è accaduto con la canzone napoletana?
Beh, non c’è paragone. A Napoli appena nasce un bambino già canta. A Roma non è così. Ci sono pochi cantanti. E poi un festival di questo genere dovrebbe essere sostenuto dalle istituzioni - cosa che è accaduta in questi ultimi anni per il festival della canzone napoletana - e puntare su ospiti che oltre che di qualità siano anche di vasto prestigio. Ho massimo rispetto e stima per i colleghi presenti in questo festival ma ogni tanto bisognerebbe puntare anche su gente come Califano, Venditti, non solo Fiorini e altri, ripeto bravissimi, ma che non sono “sulla piazza” o comunque ricercati dalla televisione e dagli altri mass media. L’importante comunque è che da questo festival escano giovani che sappiano cantare bene le canzoni romane.
Una mancanza di interpreti ma non di entusiasmo da parte del pubblico, vero?
Mancano gli interpreti, dopo la Ferri non c’è stato più nessuno, e forse anche i compositori. È un po’ come un cane che si morde la coda. Ma non l’entusiasmo del pubblico. La canzone romana è stata la più votata dalle giurie nella storia di Canzonissima. Io vi partecipai nel ‘74 al Teatro Delle Vittorie con “Cento campane” e “Barcarolo Romano” e sbaragliammo tutti. Non è quindi un problema di qualità ma di possibilità di ascolto. Il voto non fu dato solo a San Giovanni ma anche a Udine, Treviso, Bologna. Come anche quando feci 6 puntate su Rai2 del mio “Puffando Puffando” che superò in ascolti perfino la Domenica Sportiva. Sono solito realizzare spettacoli in italiano e non in dialetto, trattando argomenti d’attualità ma cantando anche canzoni romane, che sono sempre molto gradite dal pubblico. È una questione di bellezza: se una cosa piace non importa se sia romana, napoletana o torinese, piace e basta e va lontana.
Ma il rapporto con il dialetto romano quale deve essere?
Innanzitutto non è un dialetto ma una lingua. Su questo sono d’accordo con Bossi: bisognerebbe insegnare nelle scuole anche il dialetto, non solo quello romano, ma anche tutti gli altri, perché sono parte della nostra cultura e delle nostre radici. È cultura sia una vecchia canzone romana sia una poesia. Il romano poi è uno dei dialetti più comprensibili: se non lo si capisce, è perché non lo si vuole conoscere, perché spesso lo si prende in antipatia, ma in realtà è conosciuto e comprensibile più di molti altri.
La diffusione della canzone romana è un problema di interpreti ma anche di compositori?
Sì, certamente. Io sono in contatto con Trovajoli e devo dire che le ultime canzoni romane che hanno fatto epoca sono state le sue. Da “Roma nun fa la stupida stasera” a “Ciumachella”. Come anche Fiorentini che ha scritto “Cento Campane”. Dopo di loro, nessun altro. Mancano gli interpreti ma anche gli autori che si dedicano a comporre e cantare “nuove” canzoni romane. Fra gli ultimi, c’è Aldo Donati e pochi altri. Per il resto, occorre puntare sulla tradizione, anche perché non è vero che non interessa ai giovani: a me, ultimamente, hanno richiesto come bis “Ponte Mollo”, una canzone che non cantavo da una vita e le cui parole ricordavano meglio i ragazzi di 25-30 anni in prima fila che il sottoscritto. C’è una ricerca di sentimento e su questo la canzone romana può dare il suo aiuto: non è vero infatti che sono tutte smielate, ce ne sono anche di simpatiche e allegre.



