Cala il sipario sul Festival di Roma: “Brotherhood” e “L’uomo che verrà” trionfatori della quarta edizione
ROMA - Cade la pioggia sulla quarta edizione del Festival di Roma. Appesantisce l’aria e impregna il tappeto rosso, segnato dalle passerelle vip che dal 15 ottobre lo hanno calcato. La giornata di chiusura somiglia all’ultimo giorno di scuola: un misto di festa e nostalgia. Lo staff organizzativo finalmente può lasciarsi andare alla conquista del red carpet per qualche foto di gruppo. Espressioni allegre e un po’ tristi, la testa già impegnata a pensare al festival del prossimo anno. L’atmosfera torna glossy quando si avvicinano le premiazioni e la folla si riversa nella sala Sinopoli del Parco della Musica.
Il presidente di giuria, il regista Milos Forman, mette le mani avanti e fa accenno alla vivace discussione che ha portato a “giudizi magari non sempre giusti ma onesti sì” quasi a giustificare la scelta di assegnare il Marc’Aurelio d’oro al nazi-gay danese Brotherhood di Nicola Donato, mentre a L’uomo che verrà, già vincitore del premio del pubblico, la giuria consegna il Marc’Aurelio d’argento. Appunto, come ha detto Forman, giudizi non sempre giusti ma onesti.
Prosegue rapida la serata di gala, Vanessa Incontrada chiama il premio alla migliore attrice, andato ad Helen Mirren per l’intensa interpretazione di madame Tolstoj nel film diretto da Michael Hoffmann, The last station. La già premio Oscar Mirren, un delizioso caschetto platinato che svetta sulla giacca stretta di velluto nero, coglie l’occasione per leggere un discorso interamente in italiano e spiegare il suo amore verso il cinema del bel paese, per lei ispiratore prima ancora delle patinate produzioni hollywoodiane “Me ne sono innamorata con L’avventura di Antonioni, con la sublime Monica Vitti, ed è nel suo nome, come in quello di Claudia Cardinale, Gina Lollobrigida, Stefania Sandrelli, Sofia Loren e della più grande, Anna Magnani, che accetto questo splendido premio“.
E’ poi la volta di Sergio Castellitto, che si aggiudica il premio al miglior attore per il film diretto da Angelini “Alza la testa” e infine, tra standing ovation e musiche degli Abba, il palcoscenico è tutto per una scatenata ed elegantissima Meryl Streep che dalle mani del premio Oscar Giuseppe Tornatore ritira il Marc’Aurelio alla carriera.
Nella sezione documentari escono vincitori i giovani allievi della scuola di box ripresi in Sons of Cuba, regia di Andrew Lang, menzioni speciali per il documentario Fratelli d’Italia diretto dal giovane romano Claudio Giovannesi, incentrato sugli immigrati di seconda e terza generazione, e Severe Clear di Kristian Fraga, girato dal luogotenente dei Marines Mike Scotti con una mini-DV, al suo arrivo a Bagdad.
Tempo di chiusura, tempo di bilanci: il festival quest’anno registra una lieve flessione sulla vendita dei biglietti, che si spiega però con il numero inferiore di film selezionati in concorso, scelta che avrebbe anche dato maggior respiro alle altre sezioni. La business strett invece ha goduto di un ottimo andamento, addirittura incrementati i paesi partecipanti. Il Festival di Roma fatica ancora ad assumere una sua precisa identità, sempre in bilico tra l’immagine di evento popolare e kermesse sofisticata.
Ma le strette definizioni sono proprio necessarie? “E’ un festival fuori dagli schemi - spiega il direttore artistico Piera De Tassis - Rondi ha voluto cambiare il nome da festa a festival. Ha fatto bene, ma credo che la sua anima sia la festa, che si rivolge a tutta la città. Perché normalizzarlo con un’etichetta? Abbiamo avuto delle prime mondiali, ma non siamo in concorrenza con nessuno. E’ vero che ci sono film già visti a Toronto ma perché non mostrarli in anteprima al pubblico romano? E poi il regolamento parla chiaro“. Forte di un animo mutevole quanto creativo, Roma dà appuntamento al prossimo anno, dal 29 ottobre al 6 novembre. E domani, si sa, è un altro festival.


