Alda Merini, le parole che ci ha lasciato
ROMA - “Se qualcuno cercasse / di capire il tuo sguardo / Poeta difenditi con ferocia: / il tuo sguardo sono cento sguardi / che ahimé ti hanno guardato / Tremando.” Ora quello sguardo che cercava di fuggire gli altri sguardi, quello sguardo vivace e malinconico che celava e, allo stesso tempo, mostrava l’audacia della parola insìta, ci mancherà. Lo sguardo di Alda Merini ieri si è spento. Ieri si è spenta la donna che ha reinventato il genere poetico in Italia, la poetessa che ha raccontato e si è raccontata in modo “straziante”, senza paure ma con nuove consapevolezze.
Alda Merini, la poetessa “nata insieme alla primavera”(21 marzo 1931), comincia a scrivere nel 1951 e del 1953 è “La presenza di Orfeo”, la sua prima raccolta poetica nella quale la parola comincia ad essere esternata:“Così, timidamente, la parola / varca la soglia / del suo labbro al silenzio costumato”. I versi e le parole sono dedicati agli amici, coloro i quali in questo momento credono in lei. Questa poesia si mostra subito moderna, non legata ai canoni letterari già usati, lontana dal passato e così vicina ai temi erotici e mistici, quella che Maria Corti definì la “fusione ossimorica di impulsi religiosi ed erotici“. Questo connubio innovativo sottolinea il continuo interrogarsi, quasi con violenza, sui temi incalzanti della sofferenza e dell’amore e contemporaneamente della fede e della passione. Nelle poesie religiose si dimostra una insistenza dolorosa e sincera sull’impossibilità di salvarsi dalle angosce, è per questo che la poesia diviene (e rimane) complessa ma lucida, di una chiarezza che arriva a esplicare il fine di ogni parola. Il suo cammino continua con “Tu sei Pietro”del 1962 dove tutta la natura infelice della passione non realizzabile sfocia in un abbandono che tesse parole quali “Ti ho detto addio dopo che ho speso tutta / l’amarezza del grembo e l’ho posata / presso di te come una voce strana”. Con questa raccolta si fa strada una vena diversa, produttrice di una lirica d’amore, di grazia e levità con un lessico che si adatta alla conquista che fa il verso della libertà e della felicità. Un brusco cambiamento è quello che si erge da “L’altra verità. Diario di una diversità” nel quale le sofferenze provate in dieci anni di manicomio, lontana dai suoi figli e dai suoi affetti culturali. Dal silenzio nasce in Alda Merini una poesia irrobustita dalle sofferenze, dotata di maggiore spessore concettuale e di più articolate sfaccettature.
Nel 1984 esce “La Terra santa”, da molti ritenuto l’apice della parabola creativa della poetessa milanese, qui “I versi sono polvere chiusa / di un mio tormento d’amore, / ma fuoi l’aria è corretta” ed esprimono un cambiamento che diverrà evidente con la morte del marito e l’abbandono a se stessa. I primi anni ottanta sono segnati da una solitudine che sfocia in evoluzione e tensione verso la figura di Michele Pierri, per il quale scriverà “Rime petrose” e che sposerà nel 1983 andando a vivere a Taranto. In terra pugliese nasce “La gazza ladra”, successivamente pubblicata in “Vuoto d’amore”, quasi a descrivere il rapporto tra due poeti di grande rilievo che, nella e con la poesia, si incontra e condividono. “La palude” del 1991 è la raccolta dedicata a Giorgio Manganelli per la scomparsa dello scrittore milanese al quale la Merini era molto legata emotivamente.
In “Vuoto d’amore” del 1991 l’autrice recupera la predilezione per per le nugae, per l’espressione diretta, nata da un’emozione momentanea che poi svanisce come in un risveglio per rimanere nella scrittura come un doppio tono, un bordo oscuro e inquietudine che si palesa improvvisamente in un aggettivo inatteso o in un deragliamento semantico che va a incrinare la compostezza dell’espressività emotiva. Nel 1993 la poesia di Alda Merini diviene “materiale” fatta di un quotidiano girovago ed esigente nel quale “Ogni uomo ha bisogno d’amore”, tema che viene ripreso più volte in “Titano amori intorno” e che si evolverà con “Le ballate non pagate” del 1995. In “Le ballate non pagate” è palese una bipolarità fra il dolore mortuario e la felicità vitale, estremizzati fino a risultare coincidenti in una passionalità allo stato puro e intrecciata ai controlli della razionalità. È del 1996 il Premio Viareggio Poesia che sancisce finalmente il successo di una autrice che ha espresso la forza e il fascino della parola attraverso una poesia viva fatta di colori e forme.
Oggi di lei ci rimane la poesia, la consapevolezza che le sue rime avrebbero meritato il Premio Nobel, l’ultima opportunità per l’Italia di avere un Nobel in questo campo nel quale la Merini rimane la regina.


