A volte ritornano…

ROMA - E’ di alcuni giorni fa la notizia di un recupero concluso, dopo trent’anni, con un lieto fine. Protagonisti di questa travagliata vicenda sono i volti degli acròliti di Dèmetra e Kore, i reperti archeologici del V secolo a.C. che, rientrati in Sicilia dagli Stati Uniti, saranno nuovamente esposti al pubblico dal 13 dicembre 2009 nel Museo Archeologico di Aidone, in provincia di Enna.Da qui al 2011, saranno restituiti al Museo di Aidone una serie di preziosi reperti antichi - fra cui la “Venere di Morgantina” tutt’oggi esposta al Paul Getty Museum, in California - provenienti da scavi clandestini nell’antica città di Morgantina e finiti attraverso rocambolesche vicende nelle aste internazionali di antiquariato.

L’alto valore artistico e formale dei due acroliti è confermato dalla Soprintendente di Enna, Beatrice Basile, che spiega come queste due dee, Dèmetra e Kore, “siano gli esemplari più antichi finora conosciuti di statue eseguite nella tecnica acrolitica”; cioè, con le estremità (testa, mani e piedi) in marmo e il corpo, in terracotta o legno, rivestito di abiti in stoffa. Partendo proprio da questo particolare, il nuovo allestimento mira a restituire una fisicità completa alle due divinità, integrando i particolari mancanti per dare al visitatore un’idea di come doveva essere l’immagine originaria. Dèmetra e Kore, che nella mitologia greca sono madre e figlia, saranno ricomposte e soprattutto “vestite” da una nota stilista siciliana. E’ un finale degno per due capolavori sopravvissuti al tempo e a una travagliata storia.

Purtroppo i casi di recupero sono sempre inferiori rispetto ai casi di furto. A livello internazionale, i beni culturali rubati rappresentano il terzo mercato illegale, dopo il commercio di droga e di armi. L’Italia, per la dimensione e diffusione dei suoi tesori, è sempre stato un museo a cielo aperto, da cui attingere in maniera indisturbata. Tanta ricchezza ha attirato l’attenzione di molti, in particolare della criminalità organizzata, pronta a coinvolgere nei propri affari non solo collezionisti ed estimatori senza scrupoli, ma anche istituzioni museali, desiderose di accrescere le proprie raccolte.

Risale al 1995 la nota Convenzione dell’Unidroit tra alcuni Stati europei, tra cui l’Italia,  determinati a contribuire alla lotta contro il traffico illecito dei beni culturali. Da quell’accordo proficuo era emerso un insieme di regole giuridiche comuni tra gli Stati contraenti, al fine di favorire la protezione del patrimonio culturale nell’interesse di tutti. Nello stesso 1995 si costituiva, presso la Procura di Roma, un gruppo di magistrati impegnati a perseguire i reati ai danni del Patrimonio Culturale Italiano. Questo lavoro di squadra ha dato esiti positivi, sia in termini di contenimento delle spinte delinquenziali in questo settore particolarmente agguerrito sia per il recupero – grazie anche al fattivo contributo dell’Avvocatura di Stato – di importanti beni culturali, altrimenti destinati a rimanere decontestualizzati e, comunque, sottratti alla pubblica fruizione.

La risposta penale o civile non può offrire soluzione definitiva al problema del traffico clandestino dei beni culturali. Occorrerebbe una svolta radicale, iniziando a riconsiderare i valori che vengono violati dalle condotte che attentano ai beni culturali. Primo fra tutti il valore di patrimonio culturale in quanto patrimonio dell’umanità. In proposito, è interessante richiamare quella “collaborazione preventiva”, ad oggi ancora raramente attuata, che dovrebbe comportare una continua vigilanza da parte delle Autorità di quei Paesi che abbiano ratificato una delle tante convenzioni di settore, le quali, se non espressamente, almeno nelle finalità, impongono un dovere di spontanea denunzia.

La dichiarazione UNESCO di Parigi del 17 ottobre 2003 è da considerare una vera e propria tappa miliare. Con tale dichiarazione è stata concordata non solo una cooperazione tra gli Stati, ma addirittura stabilita una sorta di giurisdizione universale contro “gli atti di distruzione intenzionale del patrimonio culturale che riveste una grande importanza per l’umanità”. Atti dei quali sono responsabili, secondo il diritto internazionale, anche e direttamente gli Stati che non abbiano preso le “misure appropriate per interdire, prevenire, far cessare e sanzionare ogni distruzione intenzionale di tale patrimonio”.

Il ritorno dei beni culturali nel Paese di origine consente alla collettività di recuperare e conservare parte della propria memoria e identità; contribuisce a mantenere vivo il dialogo tra culture lontane nel tempo e nello spazio. Trasferito in altro luogo, il bene perde, per così dire, la sua “anima” e il legame culturale che gli è proprio, rimanendo solo oggetto di valutazioni estetiche.

Dunque, se da un lato è importante il recupero e la restituzione, dall’altro mi sembra fondamentale agire per evitare a monte il problema. Informare, comunicare, sensibilizzare sono imperativi d’obbligo per prevenire danni irreparabili che solo uno sradicamento può causare.

No comments yet.

Write a comment: