Chronica riesuma Luca Di Giovanni per un’intervista dal vivo
ROMA - Morte. E’ in assoluto la parola chiave con cui entrare nella poetica di Luca Di Giovanni. Giovanissimo autore, attore e regista, nonostante non ami definirsi con quest’ultima qualifica, è fondatore della compagnia IoMai, che sta muovendo i primi passi nel mondo del teatro. E proprio di morte si parla in ‘Finché morte non vi separi‘, lo spettacolo che sarà in scena il 5, 6 e 7 febbraio al Piccolo Teatro Campo d’Arte con Bianca Friscelli, Luca Di Giovanni e Francesco Turbanti. “La location è ideale, il Campo d’Arte è una sorta di cunicolo misterioso, tutto di pietra, con il soffitto basso“, inizia a raccontare l’autore che abbiamo intervistato per voi lettori di Chronica. Sul canale Youtube (Chronicatube) trovate inoltre due video tratti dalle prove dello spettacolo e una mini intervista al cast cliccando sui link qui a fianco. ( http://www.youtube.com/watch?v=Fy5hNcHVH9k http://www.youtube.com/user/chronicatube#p/a/u/2/NbWkFCIoMLQ http://www.youtube.com/user/chronicatube#p/a/u/1/5KWmVcTPcR8 ).
Come nasce ‘Finché morte non vi separi’?
Il ‘vi’ e non il ‘ci’ nel titolo è importante. L’occhio che guarda è esterno, non c’è il punto di vista di uno dei protagonisti. Io spio le storie vissute dai personaggi che si muovono in una scenografia astratta, sul palco c’è una sorta di interno di un petto umano: è tutto rosso e nero. Chiaramente lo spettacolo è autoprodotto, quindi i costi sono ridottissimi, ma forse avrei scelto lo stesso una scenografia essenziale. L’idea è quella di spiare le storie dei personaggi che si muovono in questa scenografia evocativa. Sono tre storie in cui a fare da collante è il protagonista, interpretato da me: nella prima storia è testimone, nella seconda una storia gli viene raccontata e nella terza ne è protagonista. Si tratta di storie d’amore ossessive che sfociano in finale tragico e questo si collega alla mia poetica.
In che senso si collega alla tua poetica?
In tutti i miei testi c’è la morte. Mi interessa raccontare vari aspetti di questa entità. ‘Non lo voglio sapere‘, ad esempio, era una sorte di apocalisse ambientata ai giorni nostri. Ambientato in un villaggio vacanze, testimonia che stiamo ‘andando a puttane’, è una cartina tornasole della nostre nevrosi. Io parlo delle cose che conosco, non potrei parlare della povertà in Africa. Più che una satira è un monito. In ‘Finché morte non ci separi’ mi interessano le cose che muoiono. Tutti quelli che cadono. Si parla di carne che marcisce, di persone che si distruggono, che vanno a morire, sia fisicamente che non. In ‘Svegliami‘, che porterò in scena a marzo con una nuova versione, c’è la lotta tra la vita e la morte. E’ la storia di un tossicodipendente, ma non è uno spettacolo sulla droga: a me interessa la volontà di distruggersi. In ‘Prima del vulcano‘, che andrà in scena ad aprile, parlo di quanto è difficile crescere per un ragazzo sui 25 anni. In questo caso al protagonista muoiono entrambi i genitori: improvvisamente deve occuparsi del fratello e non è assolutamente pronto e maturo. Qui c’è la morte delle certezze e degli appigli, di quello che eri, delle abitudini.
Dunque va guardato in questo senso anche ‘Finché morte non vi s
epari’.
Esatto. Nonostante parli d’amore, racconta di quanto l’amore sia una cosa fisica, fatta di sangue, lacrime, carne, saliva e non idealizzato a livello Moccia: a me interessa dire quanta morte ci sia in ogni amore, anche in quelli belli. Ogni volta che inizia una storia d’amore, qualcosa muore. Muore la persona che eri prima di innamorarti. A suo modo è uno spettacolo romantico. Non mi interessa dire la cosa che tutti sanno, che amore e morte sono due facce della stessa medaglia come in Eros e Thanatos: io sono schierato con Thanatos. Mi sono ispirato anche ad Ethan Coen e Annibale Ruccello. Così ho trovato una chiave, e in teatro ce n’è sempre bisogno per raccontare una storia. A me interessa molto il contenuto, la storia, i personaggi. Le mie regie sono molto elementari. A me interessa raccontare e rappresentare le storie. Firmo le regie ma sono a servizio di quello che io voglio raccontare. Non mi ritengo uno sperimentatore da un punto di vista registico: sono uno storyteller, ho delle cose da dire.
Ma all’origine di questa ossessione per la morte cosa c’è?
E’ interessante per me raccontare la morte, mi ricorda quanto le persone siano piccole e poco consapevoli di quello che fanno. Mi piacciono i personaggi che non sono consapevoli di quello che stanno vivendo, non mi piacciono gli eroi. Mi sono sempre trovato più a mio agio a raccontare e interpretare persone che si trovano dentro le situazioni, pur essendo inconsapevolmente autori del proprio destino. Non mi interessa lasciare un messaggio edificante, mi interessa raccontare storie vere nelle dinamiche. Mi piace che la gente si possa riconoscere. La chiave, che è anche quella che trovo quando voglio adattare altri autori, è grottesca, stralunata e surreale, anche se questa parola non mi piace moltissimo. Surreale nel senso di raccontare i lati più estremi della realtà. Credo che anche se avessi i soldi per creare scenografie realistiche le mie storie sarebbero sempre eteree, riferibili ai nostri tempi, alle nevrosi degli uomini del 2000. Non sono comunque all’altezza di fare cose d’epoca: come tutti sono cresciuto con tv e internet. Parlando di morte e affini comunque parlo di temi universali. Io non cerco mai la risata, non mi considero un autore comico. Ma ho notato che la gente ride. Io racconto storie tragiche che possono far ridere ma che per chi le vive non sono affatto divertenti. L’ironia però il personaggio la subisce, io non lo giudico mai.
La compagnia IoMai com’è nata?
IoMai è l’inizio della mia apertura lavorativa con altri. Ho sempre fatto monologhi. Io è perchè riguarda me, ma è anche Io Mai più da solo, chi lo sa. E’ una delle possibili interpretazioni del nome. L’unica certezza è che ci sono io in mezzo, ma ho trovato compagni di viaggio che mi hanno fatto capire che vale la pena fare un viaggio insieme. I miei compagni sono Bianca Friscelli, Alessandro Amato e Francesco Turbanti. Poi ci sono anche persone che entrano nel progetto, ma noi siamo il nucleo centrale. Andando avanti spero di essere sempre di più. Mi piacerebbe tanto, e questo è un obiettivo lavorativo e umano, convogliare l’energia delle persone con cui mi trovo bene con la mia. Il problema di chi inizia è l’isolazionismo, ci si guarda in cagnesco quando bisognerebbe unire le forze. Non ci sono provini per un giovane attore senza agenzie di prestigio o raccomandazioni. Io ho capito che invece di stare a casa devo andare in scena. Sono provini aperti i nostri spettacoli, da chi ci viene a vedere speriamo di ricevere proposte. E’ una sorta di ‘Ehi, siamo qui’. Si unisce l’utile al dilettevole anche se è un discorso imprenditoriale. Invece di spendere 1000 euro per un book, vado sul palco. Devi dimostrare con i fatti di essere un attore. Mi piace puntare sul fare più che sulle chiacchiere, troppo spesso ci si dice da soli di essere un attore. IoMai è un tentativo di reagire alla crisi del settore spettacolo. In fondo il teatro è nato come arte povera, di strada. Io ora arrivo dove posso arrivare, così magari un giorno arriverò con le mie gambe ai grandi teatri. Intanto mi diverto e faccio esperienza. Per me quello dell’attore è un lavoro artigianale, non vai all’ufficio di collocamento. In questo lavoro ti devi rendere necessario, devi far capire agli altri che hanno bisogno proprio di te.
E per questo che nel tuo sito, http://www.lucadigiovanni.org , ti dai per morto?
In Italia va molto di moda riabilitare gli artisti, i politici o i mafiosi dopo la morte. Ho pensato che accorgendosi della mia morte, forse, la gente potrebbe accorgersi delle mie capacità.



