Sanremo 2010: tre domande Chroniche a… Nina Zilli
SANREMO (IM) - Una delle sorprese più interessanti di questo 60° Festival di Sanremo si chiama Nina Zilli ed è una dei 10 componenti della “Nuova Generazione”. E’ sempre complicato descrivere un giovane artista, quindi chi può farlo meglio se non lei stessa? Ecco cosa c’è scritto sul suo Myspace: “Sono nata la notte e penso sia per questo che mi addormento quando gli altri si svegliano. Sono bilingue inglese perché ho passato parte della mia infanzia in Irlanda. Una volta finite le superiori mi sono trasferita per 2 anni negli States, prima a Chicago e poi a New York. Sono laureata, ma non esercito la professione per cui ho studiato. Sono una pianista... Suono la chitarra e scrivo canzoni che poi arrangio come più mi piace. Ho studiato canto lirico in conservatorio, da soprano. L’opera non era molto nelle mie corde e quando mi chiesero di vestirmi da novizia per il saggio finale, decisi che forse era meglio smettere. Preferivo nettamente il rock’n'roll. Ho iniziato ad esibirmi live a 13 anni, con un gruppo di rockettari della mia scuola, già ottimi musicisti. Ho sempre ascoltato un sacco di musica, grazie ai miei amici maschi (questo glielo devo). Partendo dal punk, dal metal e dal rock anni 70, piano piano sono arrivata alla mia musica perfetta: quella degli anni 50′ e 60′. Americana (il primo soul della motown, l’r'n’b della stax, il surf, il rock’n'roll…), inglese (sia i Beatles che gli Stones, non ho mai capito perché si debba scegliere. Lo ska… i Clash. Rock’n'Roll all’anima di Joe Strummer.) jamaicana (rocksteady, ska original, reggae) e italiana (il beat magistralmente orchestrato da Morricone) dal rock’n'roll bianco di Celentano a Mina e Caterina Valente. Ancora poppante fondai un gruppo garage beat con cui ho girato tutti i festival e i locali da beattaroli italiani per un paio d’anni. Subito dopo seguirono “Chiara&Gliscuri”, il nome del gruppo si rifà agli anni 60 italiani di Rita La Zanzara, ma rispetto a prima, le sonorità si spostano verso la Jamaica. Il rocksteady di Alton Ellis, Delroy Wilson e Phyllis Dillon sono stati i punti di riferimento più importanti. Con Chiara&Gliscuri, è arrivato anche il primo contratto discografico. Nel frattempo ero già stata vj ad Mtv e co-conduttrice (e autrice di tutti i miei interventi e delle interviste) dell’ultima edizione del Roxy Bar di Red Ronnie, in onda su TMC2. La tv però, con tutto il divertimento e le esperienze che mi ha regalato, non era cosa per me. Ho sempre voluto cantare. Non volevo passare per la presentatrice che si regala il vezzo di provarci anche da cantante. Soul, rocksteady/reggae e beat sono da sempre i miei amori più grandi ed è per questo che negli anni ho continuato a collaborare con band legate a questi generi, ultimi tra tutti gli Africa Unite, per i quali ho cantato “Bomboclaat Crazy” nell’ultimo disco “4 riddim 4 unity”, Giuliano Palma & The Blue Beaters e i Franziska, nei dischi e nei concerti in giro per Italia ed Europa.
Oggi scrivo quello che canto. E mi chiamo Nina Zilli.
Si è già fatta conoscere la scorsa estate con il singolo “50mila” feat. Giuliano Palma e un ep omonimo. Il singolo è stato scelto da Ferzan Ozpetek per il suo prossimo film “Mine Vaganti” in uscita il 12 marzo 2010, nel trailer già in onda è inoltre visibile la sequenza dove Riccardo Scamarcio canta la canzone davanti ad uno specchio.
Parteciperà al Festival con il brano “L’Uomo che Amava le Donne” che sarà incluso in un nuovo album di studio previsto per Febbraio.
Se dovessi spiegare in poche parole al grande pubblico che ancora non ti conosce chi è Nina Zilli, come ti descriveresti?
Sono, come direbbe Lorenzo Jovanotti, una ragazza molto fortunata perché faccio quello che più mi piace fare: scrivo quello che poi canto. Ho iniziato da piccola, dai “palchettini” piccolissimi fino ad arrivare a palchi sempre più grandi e importanti. Ho fatto anche dei tour in Europa, mi sono fatta le ossa con la musica e ora sono arrivata qui al Festival. Ho 27 anni e da piccola i miei genitori ascoltavano tuta la musica italiana degli anni ‘60 per cui quello è stato il mio primo riferimento, poi penso che in realtà tutte le canzoni che si sentono da piccoli rimangano davvero tanto dentro. Per me quelle che ascoltavo da piccola erano canzonette molto facili da ascoltare e da memorizzare mentre in realtà, dietro ad alcuni di questi grandissimi cantanti c’era il maestro Morricone, e infatti sono canzoni veramente complete, magistralmente orchestrate… Quindi la mia “ispirazione” arriva sicuramente da tutta la musica anni ‘50 e ‘60 italiana, da Mina a Fred Buscaglione, Adriano Celentano e poi, in primis, tutta la musica black di quel periodo, quindi il soul della Motown, l’r'n’b e poi un altro grandissimo mio amore che è la musica giamaicana… senza dimenticare anche il rock-steady che nacque prima di tutto… mi piace molto andare alle radici della musica…
Qual è stata l’emozione quando hai capito che saresti finalmente salito sul palco del Festival di Sanremo?
…Quando ho appreso la notizia ho letteralmente urlato per un’ora al telefono con amiche, mamma, le mie discografiche (anche perché in Universal c’è un grande team di donne…un super girl power!!!) Quando ero piccola ed avevo 5 anni, mentre guardavo il Festival dicevo sempre a mia mamma “Voglio cantare anche io lì!!” e pare che questo sogno si sia realizzato… per cui sono chiaramente felicissima, ed adesso me la sto vivendo molto bene, positivamente perché davvero per me è un’esperienza fantastica. Ovviamente la “strizza” c’è perché quello è il palco che ha visto protagonisti i mostri sacri italiani e internazionali per cui c’è anche quel pizzico di terrore… ho già fatto qualche prova e devo dirti che è stato davvero molto emozionante anche perché non sono abituata a cantare nei teatri quindi è molto diverso rispetto ad un live e poi lì in 3 minuti devi dare tutto. Io poi ho arrangiato il pezzo come se fossimo nel 1958, proprio per l’orchestra della Rai del Festival di Sanremo e quindi per me è stata un’esperienza unica sentirli suonare tutti dal vivo… è stato veramente commovente, avevo la pelle d’oca…
Come si intitola la canzone che presenterai al Festival e di cosa parla?
Il mio brano si intitola ”L’uomo che amava le donne” e chiaramente è un tentativo di mettere in musica la pellicola di François Truffaut, grandissimo regista. Parla proprio di questa categoria molto particolare di uomini che, tra l’altro non viene quasi mai citata, se non appunto da Truffaut, amano tutte le donne, le fanno sentire tutte amate, e non è facile perché la donna si sente spesso bistrattata o trattata male. Invece questi signori le amavano veramente, il problema è che ne amano tante contemporaneamente e quindi fanno parte di una categoria un po’… “infame” diciamo… Un aggettivo un po’ forte però è così! Perché ti lasciano anche un bel ricordo gli uomini così… non li puoi neanche odiare perché in fondo ti hanno fatto sentire benissimo!



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