Sara Vannelli racconta “Guarda che me ne vado”

sara_vannelli_chronica.jpgROMA - “Penso che non avrei mai voluto crescere in una casa così, con una madre così, un padre assente e alcolizzato, un fratello che sei costretta a lasciare e vedere più o meno quando uno dei due non c’è. E’ insopportabile vederli insieme, dà la nausea. Penso che butterei tutta la mia vita se trovassi uno di quei burroni profondi, larghi, capienti, uno di quelli che…” Sono storie legate dal filo sottile della narrazione tutta d’un fiato quelle che scrive Sara Vannelli. Raccolte in “Guarda che me ne vado” pubblicato da Leconte Editore, le vicende e i personaggi della trentenne scrittrice romana, sono frammenti di vita metropolitana.

Instabilità, rabbia, nervosismo, passione e fuga sembrano essere le tematiche che si rincorrono in maniera più assidua tra le pagine di questo libro; sono sentimenti che “esplodono” con la forza di chi si trova sempre ad un bivio, di coloro che devono scegliere su che binario proseguire il proprio viaggio. E’ un’analisi attenta quella che fa nascere una scrittura ruvida e spontanea, senza tocchi pretenziosi ma pregna di immagini, luoghi e situazioni. Attreverso l’osservazione nascono storie come “Le cose importanti”, “L’amore è una cosa (seria)”, “Tutti a tavola e zitti” e “Sassi”, racconti che con immediatezza trasmettono dolore e rammarico, forza e rassegnazione. In questi frammenti di “romanzo” (sì perché ogni storia se sviluppata porterebbe a un romanzo autonomo) c’è un continuo presente che parla di passato e guarda al futuro.

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