Intervista: Claudio Santamaria “In Italia? Molti talenti ma si rischia poco sugli emergenti”

Intervista: Claudio Santamaria “In Italia? Molti talenti ma si rischia poco sugli emergenti”ROMA - Da “L’ultimo bacio” a “Baciami ancora“. Dieci anni alternando film d’autore, cinema indipendente, fiction di successo. Un Nastro d’Argento come miglior attore protagonista per “Romanzo criminale” (2005) e l’amore, mai sopito, per il teatro e le performance live, anche musicali. E’ qualcosa di cui non posso fare a meno. E’ un contatto immediato, ti metti in gioco e sperimenti. Col pubblico dal vivo c’è uno scambio unico e irripetibile“.

Claudio Santamaria torna a calcare il palcoscenico ne “La notte poco prima della foresta” di Bernard-Marie Koltès, produzione del Nuovo Teatro di Marco Balsamo con la regia del colombiano Juan Diego Puerta Lopez. Un minitour attende lo spettacolo che, nell’ambito della rassegna Face à Face - parole di Francia per scene d’Italia, sarà a Roma al Teatro Piccolo Eliseo dal 9 al 28 marzo e a Milano, dal 13 al 25 aprile, al Teatro Elfo Puccini.

Koltès dipinge un non luogo dove spazio e tempo si annullano. Tutto è già avvenuto, tutto sta avvenendo e deve ancora avvenire. Il nemico è invisibile: un “piccolo clan di bastardi”, fantasmi che non vediamo ma che hanno potere per decidere il destino di tutti noi. Il protagonista parla, forse a se stesso, forse al pubblico. Avvicina qualcuno in una notte che piange pioggia e solitudine. Cerca di trattenerlo, di spiegargli e trasmettergli la sua visione, il suo ideale.

Intervista: Claudio Santamaria “In Italia? Molti talenti ma si rischia poco sugli emergenti”E’ il tuo primo monologo. Cosa ti ha fatto decidere “questo lo voglio fare”?

E’ un testo contemporaneo ma è già un piccolo classico. Segue un filo non logico, che è il filo dei pensieri, del saltare da una cosa all’altra, da un’immagine all’altra, da un racconto a una condizione presente e attuale. E’ veramente una scrittura geniale secondo me e poi offre a un attore delle possibilità illimitate di espressione. Nel senso che ti permette di tirare tutte le tue corde all’estremo e di usarne tantissime. Di usare veramente il “tuo” strumento, farlo fino in fondo. E poi la valenza politica che ha il testo: questo straniero si ritrova solo per la strada senza più lavoro, senza un posto per dormire, senza niente. Forse impazzito, magari per una donna che è morta o forse per l’impotenza di fronte questo potere invisibile che è al di sopra di tutto. Cita continuamente il “piccolo clan di bastardi con delle facce che non sono delle vere facce”, nemici invisibili contro cui è impossibile lottare. Nel testo c’è la rappresentazione della solitudine di un uomo che ha un’idea politica. Rappresenta la sua solitudine e la sua impotenza di fronte questi nemici che sono dei fantasmi contro cui non ci si può battere.

Tornando alla forma, non c’è struttura logica classica. Come ti sei mosso nelle pieghe di questa scrittura per costruire l’interpretazione?

Abbiamo iniziato un lavoro di prove col regista Juan Diego Puerta Lopez, con cui sono felice di aver lavorato. E’ un regista che ha molta cura del lavoro dell’attore e dello “strumento” attoriale. Gli piace molto sperimentare, è un ex coreografo, abbiamo lavorato molto con il corpo. Abbiamo letteralmente fatto passare questo testo attraverso il corpo, lavorando in posizioni estreme, tirato da una parte, dall’altra, a testa in giù, bendato… Abbiamo cercato di far entrare questo testo nelle ossa prima che nella mente. Di farlo fluire liberamente, di seguire questo flusso di pensieri attraverso il corpo. E poi sento che la mia mente, il mio modo di ragionare, di pensare, si avvicina molto a questo stile di scrittura. L’ho sentito subito vicino a me, come una rispondenza tra la forma del testo e il mio modo di pensare.

Intervista: Claudio Santamaria “In Italia? Molti talenti ma si rischia poco sugli emergenti”A teatro ti muovi quasi sempre su testi contemporanei. Caso o scelta precisa?

L’ultimo spettacolo che ho fatto prima di questo è “Sogno di una notte di mezza estate” con la regia di Giuseppe Marini. Non è certo contemporaneo però, beh, era un po’ rivisitato, perché erano stati tirati fuori i sensi nascosti del testo originale. Il Puk che facevo io era oscuro, notturno, era una specie di personaggio amletico, di angelo caduto, che faceva ridere la gente ma che adesso non aveva nulla da ridere. In qualche modo c’era qualcosa di molto contemporaneo anche in quel testo. Del resto Shakespeare come tutti i grandi autori è contemporaneo sempre. “La notte poco prima della foresta” mi ha scelto in qualche modo, è stato il regista a chiamarmi e a propormelo. Poi certo tra cinema e televisione, ho sempre mantenuto saldo il rapporto con la performance dal vivo perché non posso farne a meno, è qualcosa di cui ho bisogno.

Nel cinema, in televisione e anche nel teatro pensi che qui in Italia manchi qualcosa riguardo l’approfondimento?  

In Italia si fa sperimentazione e ricerca e c’è tantissimo talento, come negli altri paesi, solo che non viene messo in evidenza. Noi non puntiamo su quello ma sempre sui soliti numeri e sulle cose sicure. Non si rischia per tirare fuori talenti, energie nuove. Un esempio: mi viene in mente Bryan Singer che ha fatto “I soliti sospetti” appena trentenne. Ma chi gli ha messo in mano miliardi per fare quel film? A Urbino, dove abbiamo portato lo spettacolo nei giorni scorsi, c’era un pubblico vario, molti studenti dell’università e anche del liceo. Erano entusiasti dello spettacolo. Magari per molti di loro il testo è risultato difficile, abbiamo fatto un incontro prima proprio per parlarne, però erano veramente entusiasti. In loro ho visto il pubblico di oggi e del futuro. E’ necessario nutrirli con cose che non sono morte, che non sono li ferme. E’ importante perché saranno loro poi, domani, a riempire i teatri, i cinema.

Ci aiuti a codificare il titolo dell’opera? E’ una categoria temporale in relazione a una categoria spaziale. Crea un elemento dissonante.

Un po’ come i koan zen, quelle frasi che in realtà sono dei paradossi e servono a non farti pensare, a farti staccare l’attenzione dalla mente. Forse è proprio la chiave d’ingresso dello spettacolo: percepirlo con un’altra parte di te. Nel testo poi Koltes parla di questa foresta del Nicaragua dove niente si può muovere perché ci sono soldati che la circondano e che sparano su qualsiasi cosa. Io ho immaginato la notte, che può essere la fine, la fine del giorno, la parte più oscura, in cui questo personaggio è solo, e la foresta è appunto il luogo dove lui entrerà. Sarà forse ancora peggio, sarà il luogo dove incontrerà la morte o forse dove sarà liberato. Dove sarà forse ucciso da questi soldati ma dove almeno avrà detto quello che doveva dire. Almeno avrà parlato, quindi forse la morte può essere intesa con una doppia valenza: la fine o la liberazione di quest’uomo.

Intervista: Claudio Santamaria “In Italia? Molti talenti ma si rischia poco sugli emergenti”Quanto aiuta portare un personaggio dal cinema al teatro?
Io credo aiuti molto perché è qualcuno in cui la gente si riconosce di più. Questo testo arriva in maniera molto diretta ma sicuramente chi viene solo per quello, per il personaggio di cinema e televisione, non si aspetterebbe mai un testo del genere o uno spettacolo del genere. Sicuramente molte persone verranno perchè mi hanno visto sul piccolo e grande schermo. Sono felice di tirarle via di là e renderle partecipi di un rituale di gruppo, veramente molto antico.

In questo spettacolo ci sono margini  d’improvvisazione quando sei in scena ?
No, ci sono una costruzione scenica e un disegno molto precisi. Non c’è un gesto che non sia stato pensato, non c’è un movimento che non sia stato deciso. Puerta Lopez ha fatto un lavoro bellissimo, essendo lui regista e coreografo abbiamo lavorato moltissimo sul testo e sul corpo. Abbiamo fatto un lavoro di improvvisazione prima, alla base, per costruire quello che sarebbe andato in scena. Per fare una proposta molto alta e poi avere la possibilità di togliere, perché quando poi devi aggiungere vuol dire che stai forse sbagliando strada. La cosa importante è mettere dentro tanto materiale che poi si va a scavare, come quando si scolpisce. Il principio di lavoro è stato quello.