Cinema: Il vero volto dell’Iran nelle “Donne senza uomini” di Sherin Neshat
ROMA - Prima Bologna, poi Napoli e ancora Roma, Firenze e Torino. Tante le tappe italiane della video artista iraniana Sherin Neshat e del suo film “Donne senza uomini“, debutto alla regia salutato a Venezia ‘09 col Leone d’argento, in uscita nelle sale dal 12 marzo con Bim.
“Non è stato zitto, ha alzato la voce per il suo popolo, dimostrando coraggio e dignità. Non mi ha stupita il suo arresto, il governo lo sorvegliava da tempo“. La Neshat, esule negli Stati uniti dall’età di 17 anni, parla con passione del collega Jafar Panahi, messo agli arresti dal governo di Ahmadinejad, “un presidente che non si interessa di cultura e di arte - spiega la Neshat - ma che presta attenzione all’opinione dei leader internazionali”.
Tratto dal romanzo omonimo di Shahrnush Parsipur, pubblicato in Italia da Tranchida Editore, “Donne senza uomini” torna al golpe iraniano del ‘53 quando, con l’appoggio di statunitensi e britannici, fu deposto il primo ministro democraticamente eletto Mossadegh per instaurare nuovamente il potere dello Shah. (Un golpe dettato da motivi economico finanziari: Mossadegh aveva infatti nazionalizzato i giacimenti petroliferi iraniani sottraendoli al controllo britannico). La rivoluzione politica fa da sfondo alla vita di quattro donne. Tre di loro troveranno rifugio in una tenuta fuori città, mistico riflesso del dramma interiore di ognuna e isola felice per le loro anime. La quarta, Munis, resterà invece a Teheran, direttamente coinvolta nella lotta politica per sostenere Mossadegh. “Per te è un provocatore chi fa valere i suoi diritti di cittadino? Noi dovremo essere là fuori, insieme a loro“. Quando il “potere con gli stivali” avrà ottenuto la meglio, aiutato dalla Cia e dai servizi segreti britannici, anche i destini delle quattro donne saranno tragicamente spezzati. Allegoria e metafora legano la vicenda narrata da Sherin Neshat che debutta con una pellicola pregna di simbolismi, intensa nella poetica e visione estetica.
“E in tutto quel caos uno strano silenzio. La sensazione che tutte le cose si ripetano nel tempo“.
“Non siamo le vittime che crede l’Occidente. Le donne iraniane sono forti, pronte a combattere con dignità una storia che dal ‘53 ad oggi si ripete - spiega la regista - Mossadegh era stato eletto democraticamente, il suo governo fu tradito da America e Inghilterra che lo rovesciarono per imporre lo Shah. Poi fu la volta di Khomeini, che tradì gli intellettuali del suo paese che si erano avvicinati alla rivoluzione islamica. Ma gli iraniani in tutto questo tempo non hanno smesso di combattere per la loro libertà. Il messaggio simbolico del film è questo”.
Da oltre 30 anni residente negli Stati uniti, la Neshat è attualmente in trattative per i diritti di un secondo romanzo da portare su grande schermo: “Ho accettato la mia condizione di esule - conclude l’artista - Il mio film in Iran circola clandestinamente. Ormai lavoro fuori ma il mio essere iraniana americana, la mia cultura e la mia educazione mi fanno pensare che il pubblico cui mi rivolgo non sia solo l’Iran ma anche l’Occidente, a cui chiedo di sostenete la Rivoluzione Verde, di sostenere il popolo iraniano“.
“La morte non è complicata. Immaginarla è complicato.
In fondo tutto ciò cui aspiravamo era questo. Una nuova strada, un sentiero verso la libertà.”



