Teatro: “Le storie del piccolo Neeskens”, intervista a Felice Panico
ROMA - Fegato e vocabolario. Felice Panico, classe ‘81, attore, regista e ‘incidentalmente’ autore, cattura l’attenzione con la sua schiettezza, l’entusiasmo per la vita e una professione che, non ancora trentenne, già lo ha affiancato ad alcuni dei nomi più prestigiosi del panorama teatrale italiano, da Roberto Andò a Marco Baliani, da Armando Pugliese a Marco Balsamo di Nuovo Teatro Nuovo. A Roma lo vedremo venerdì 9 e sabato 10 aprile al Brancaleone e il 18 aprile alla Sala Pintor ne “Le storie del piccolo Neeskens“, spettacolo di teatro canzone di cui è autore regista e interprete. Assieme a tre collaudati musicisti, Alessio Dagianti, Federico Federici, Emiliano Laganà e la voce di Luca del Giorno, sul palcoscenico Felice Panico porta e mette in gioco molta parte di sé e, con essa, anche molta parte della nostra storia. La vita, il teatro, le passioni. Su tutto l’amore. E poi lo scorrere del tempo, che ci richiama all’oggi proiettando sul futuro quello che abbiamo vissuto e ciò che abbiamo costruito. In una parola: “noi”.
Mi dicevi che l’ispirazione è venuta da un brano dei Simple Minds, “Life in a day”. Ma come nasce questo spettacolo? Ti sei mosso nella storia che incontra la Storia e viceversa passando attraverso le emozioni. Questo mi fa pensare da un lato ad una grande semplicità, come dirette e immediate sono le emozioni, ma anche ad una profonda complessità, perché sull’onda di queste emozioni racconti l’andamento degli eventi, piccoli e grandi.
Questo spettacolo non nasce unitariamente. Si è costruito man mano col tempo e la causa della sua nascita è stata occasionale, il rapporto di collaborazione col gruppo DiRe (Destinazione Ignota Ritorno Eventuale n.d.r.), che ho ormai dal 2004. E’ nato da questa attività che facciamo del teatro dei racconti, che non è da confondere né col teatro civile né col teatro di narrazione, amiamo dire che una cosa è recitare una cosa è raccontare e ci poniamo di fronte a un pubblico per condividere delle storie. Le sette storie che compongono “Le storie del piccolo Neeskens” sono nate in sei anni. In questo arco di tempo ne ho scritte molte altre però se si vuole arrivare alla coerenza, al concept album, c’è un percorso che inizia anni prima, che costruisci mettendo su un sacco di materiale. Però poi devi pensare a come questo materiale può essere messo insieme, costruito e presentato, si deve trovare un filo conduttore. Nel caso de “Le storie del piccolo Neeskens” ci sono tre temi e di fondo la consapevolezza che in ogni caso tutti siamo attori della storia che viviamo, non protagonisti. Però ci siamo dentro e ognuno di noi vive e elabora il suo personalissimo modo di intendere quello che gli accade.
Ognuno ha la sua personale interpretazione della Storia sopra la storia e viceversa?
Cosa la stragrande maggioranza di noi vive, quello che gli accade, come naturalmente rapporta grandi eventi della storia a eventi personali. Io ho cercato di raccontarle vivendo episodi personali, episodi legati alla mia famiglia, amici, persone che conosco ma che volendo possono essere la cartina tornasole di quello che un po’ tutti noi viviamo. Quindi se parliamo di semplicità, credo che fondamentalmente questa risieda nel mero fatto di trovarsi al centro di determinate vicende: noi semplicemente le viviamo queste cose, semplicemente viviamo gli eventi. La complessità sta nel cogliere l’importanza di quello che viviamo. Anche perché essendo noi il risultato di una generazione e di una società dove la distrazione la fa da padrona, perché riceviamo tantissimi input, il discorso della complessità viene nello scavo, nel capire che la semplicità che ci circonda in realtà ormai non può essere così ‘semplice’ come banalmente andiamo a percepirla. Ecco allora che di fronte a eventi della storia in cui ci troviamo dentro, la complessità la troviamo nell’elaborazione personale, ma per elaborare personalmente quello che ci accade e, soprattutto, per associare delle cose, come le canzoni più belle legate a un determinato anno, il libro più bello che hai letto, il film più bello che hai visto in quel determinato periodo, ci vogliono fegato e vocabolario, per citare la frase di Nick Hornby, e questo è la causa scatenante con cui sono nate “Le storie del piccolo Neeskens”, che come un whisky d’annata hanno avuto un bel processo di decantazione, sono state molto limate, tagliate, alcune sono state anche escluse.
Un metodo di lavoro?
Io credo molto nel procedimento kubrikiano del prendersi tempo, non credo per esempio nella bulimia alleniana. Woody Allen riesce a scrivere anche tre o quattro film all’anno, facendo anche a volte dei discreti buchi nell’acqua, però è il suo metodo. Penso che uno scrittore così come un regista, un attore, deve produrre poche cose nell’arco di una vita però produrle quando c’è un’esigenza forte di esporsi. Quando questa esigenza c’è, poi subentra l’altro discorso, ovvero sforzarsi di farsi pubblico terzo e capire che il primo prodotto è semplicemente la prima sgrezzatura del marmo, poi lavorarci e arrivare alla maturità per esporre quella cosa. Questo comporta che magari quella cosa piace, che un domani c’è un mercato che chiede che il tuo nome venga esposto e che quindi ti chiede di produrre ancora testi, di produrre ancora cose. Penso che comunque ci sia la possibilità di esprimersi anche in un altro modo, specialmente in teatro. Adesso sto facendo uno spettacolo in cui scrivo, dirigo e recito, ma ciò non toglie che un domani per cinque anni non faccia niente di tutto questo e reciti e basta o diriga e basta. Però quando porti qualcosa di tuo, secondo me non si scappa, devi lavorare di complessità. E qua torniamo al discorso di prima. Semplicità e complessità vanno di pari passo perché la semplicità è l’atto di nascita, la complessità - che comunque non deve essere mai una complessità pesante e assolutamente non deve essere mai una complessità compiaciuta, perché altrimenti andiamo a sbagliare - la complessità è il processo di crescita. Mi piace pensare che questo spettacolo arrivi ad esporsi già abbastanza adulto.
Ha avuto il giusto tempo di essere elaborato rielaborato, rivisto, limato…
E non è neanche definito questo processo. Adesso mi sta vendendo il fegato di farlo ma lo avrei voluto fare già due anni fa. Poi per motivi principalmente tecnici, perché non siamo riusciti a conciliare tempi e esigenze di tutti, non lo abbiamo potuto portare in scena. Adesso finalmente siamo riusciti a ritrovarci tutti assieme. Ma questi due anni mi sono serviti comunque perché ho messo su altro materiale, abbiamo lavorato di cesello.
Hai già detto che ci sono degli elementi autobiografici, c’è molto vissuto di persone a te care, familiari amici, ci sarà sicuramente anche qualcosa di romanzato…
Assolutamente, la nostra vita non può essere così straordinaria ventiquattro ore su ventiquattro. Per questo parlo anche di frammentarietà. Nella vita di ognuno di noi possono esserci degli eventi straordinari però il romanzesco ci serve perché dal particolare riusciamo ad arrivare al generale. Il romanzo questo dà, dall’esperienza di qualcuno che è personale ci porta a una condivisione. Questo spettacolo non è scritto per me, è una delle cifre de “Le storie del piccolo Neeskens”, queste storie sono sempre state scritte pensando al confronto con gli altri.
Hai fatto una selezione, come ti sei mosso in questo percorso? Affronti tanti aspetti della Storia che poi hanno toccato la storia di persone in un periodo particolare del nostro tempo, partendo dagli anni ‘70…
Il processo di selezione è nato fondamentalmente tenendo conto di tre linee guida, le mie tre grandi passioni: sport, musica e teatro. In più c’è qualcosa che sottende tutto ciò che andiamo a raccontare, e che è l’amore. Credo che le sette storie del piccolo Neeskens siano in un modo o nell’altro sette storie d’amore. Amore classico, quello tra una coppia, amore di un uomo verso un’altra parte di umanità, l’amore che le persone nutrono nei confronti del loro passato, della loro vita, di quegli episodi che sentono propri. E questo appunto è il primo presupposto. Poi ci sono le tre linee guida, e la prima è lo sport. Io sono molto sportivo, ho sempre fatto attività fisica e ho avuto molti plagi da parte di mio padre che è stato un bravissimo calciatore dilettante e non è diventato professionista perché altrimenti avrebbe dovuto rinunciare agli studi e i miei nonni non volevano. Quindi, sin da piccolissimo ho vissuto in questa casa tra palloni, racchette da tennis, magliette, ginocchiere, biciclette. Ho praticato moltissimi sport per poi fermarmi all’atletica leggera e alla corsa, unica cosa in cui riuscivo abbastanza bene e che infatti mi è rimasta. Poi mi sono sempre sentito legato all’immaginario dell’epica cavalleresca, alla celebrazione dell’evento, e per noi che, lo dico con sollievo, veniamo da almeno tre generazioni che non hanno dovuto affrontare la guerra, l’unico legame con quello che poteva essere l’epica cavalleresca, la celebrazione dell’eroe, è proprio lo sport. I greci avevano eletto le Olimpiadi a misura di datazione degli anni, se ci pensi in un certo senso è ancora così anche per noi. Don Watson, splendido scrittore di sport inglese, ha detto che lo sport non ha ancora la letteratura che si merita. Penso sia vero, in realtà dovrebbe averla. Se pensiamo appunto, per citare “Le storie del piccolo Neeskens”, quello che ha saputo fare Gino Bartali dopo l’attentato a Togliatti, con la sua vittoria al Tour de France ha evitato una guerra civile, o quello che è successo alle Olimpiadi di Messico ‘68 con Piazza delle Tre Culture o a Monaco nel ‘72 con la strage di Settembre Nero, e come lo sport sia stato al centro della geopolitica mondiale per tutto il periodo della Guerra fredda, o il lutto collettivo del Brasile nel ‘50 in cui tutto un popolo sprofonda nella disperazione più nera perché perde il mondiale in casa… Ci rendiamo conto di quanto in realtà non sia tanto l’evento sportivo in sé, il singolo eroe sportivo a porsi al centro dell’epopea, quanto è tutto quello che l’epopea muove, quindi questo sicuramente è il primo presupposto.
Hai citato la maglietta di Neeskens, celebre calciatore olandese degli anni ‘70 e lo hai reso protagonista anche nel titolo dello spettacolo. Perché hai scelto proprio questo personaggio?
La maglia è proprio la sua anche se in realtà non è dell’Olanda del ‘74 ma del ‘78 perché Neeskens giocherà pure quel mondiale. E’ la sua maglia col suo numero, il 13 che ha anche delle spiegazioni simpatiche, io sono napoletano e il 13 rappresenta la fortuna. Da bambino avevo il completo di Neeskens, e mio padre - da cui ho ereditato tutto tranne i piedi - mi scattò quella foto in cui ero ritratto con questo completo, maglietta, pantaloncini, calzettoni. E avevo soprattutto questo grande caschetto di capelli biondi. Ho ritrovato le foto, mi sono rivisto e ho detto ‘uh guarda qua, il piccolo Neeskens’, e quindi in realtà il titolo nasce per una contingenza reale. Poi però sono andato a studiare e a scoprire questa squadra straordinaria che è stata l’Olanda del ‘74, che comincia a giocare come mai nessuno prima, in cui i ruoli non esistono, tutti attaccano tutti difendono, una fluidità straordinaria di gioco, e poi l’atteggiamento. Se uno vede l’Olanda del ‘74 vede questi giocatori che sembrano undici rock star…
Sei andato a rivedere filmati e partite d’epoca?
Sì tutto, perché l’Olanda del ‘74 è la squadra che probabilmente ha giocato il calcio migliore della storia e ha avuto probabilmente i giocatori europei migliori della storia. Cruijff, Neeskens, van Hanegem… Ma la cosa straordinaria era l’atteggiamento di questa squadra. Undici ragazzi con questa pettinatura da rock star, se gli toglievi la maglia arancione e gli mettevi una camicia del flower power e una chitarra potevano stare a Woodstock o all’isola di Mann. Il fatto che poi avessero questo allenatore rivoluzionario, Rinus Michels, che permetteva alle mogli e fidanzate di seguire in ritiro i loro compagni, e questa grande gioia di vivere, questo andare sempre all’attacco, quest’aria scanzonata, bella, di professionisti che però giocavano a pallone ancora per divertirsi, e divertirsi avendo dei piedi straordinari. Come tutte le squadre mitiche e straordinarie l’Olanda quel mondiale non lo vinse, arrivò seconda. E poi è tutto il contesto, una squadra che gioca come vive il suo paese, con la stessa libertà e entusiasmo della sua popolazione. Quindi ecco ‘Le storie del piccolo Neeskens’ come titolo e come racconto, perché uno parlerà esplicitamente di quel mondiale e di quella storia, veramente era il modo migliore per legare il concetto di divertimento nel giocare al calcio, quel divertimento di quei ragazzi che tra il ‘67 e il ‘74 hanno vissuto l’epoca d’oro di vogliamo dire di tutto, della musica pop, dell’arte, del rock. Io sostengo che il vero rock ‘n roll inizia nel ‘67 e finisce nel ‘74, dopo di che molte variazioni sul tema ma la spinta si esaurisce. E poi Neeskens era un giocatore particolarissimo, un po’ meno bravo di Cruijff però dotato di classe immensa, grande realizzatore e rispetto a Cruijff ha vissuto un’esistenza molto più burrascosa, ha ceduto anche la richiamo dell’alcool però rispetto a George Best è riuscito a uscirne fuori. Fondamentalmente per questo. Quello fu un mondiale veramente favoloso per quell’Olanda.
Sviscerato il primo. Parliamo del secondo, la musica.
Ne ascolto tantissima, continuamente, e poi ho studiato per anni violino e chitarra. Oltre a questo nelle mie esperienze ho avuto la grandissima fortuna di lavorare con tre persone stupende, Giovanni Veronesi, Rocco Papaleo e Alessandro Haber in “Miracoli e canzoni”. Io ero l’aiuto regista di Veronesi e penso resterò l’unico aiuto-regista di Veronesi a teatro perché Giovanni ha detto che non vuole più fare teatro. Abbiamo realizzato questo spettacolo di teatro canzone, finora il più bello in cui abbia lavorato, quello in cui mi sono divertito di più, in cui devo dire ho imparato tantissimo. In “Miracoli e canzoni”, in cui avevamo i musicisti della Banda dei miracoli - cinque pazzi scatenati - per la prima volta ho capito come la canzone possa essere parte integrante di uno spettacolo e come possa esserne il filo conduttore. Siccome volevo fare uno spettacolo in cui divertirmi - perché altra cosa de “Le storie del piccolo Neeskens” è che questo è uno spettacolo in cui voglio divertirmi e mi diverto tanto - volevo comunque realizzare qualcosa in cui la canzone, la musica ma soprattutto la forma canzone perché è la forma musicale a cui siamo più legati, avesse un ruolo importante tanto quanto il testo dello spettacolo. Poi naturalmente la scelta delle canzoni mi dava l’assist per creare delle contingenze e creare proprio una colonna sonora di tutti i racconti che andrò a fare nello spettacolo, creando un cross-over di canzoni.
E come le hai selezionate?
Ho scelto alcune perché rispondenti all’anno che è centrale nel racconto, ad esempio il racconto sul Mondiale del ‘74, quello che chiamo il ‘mondiale dei fricchettoni’ perché è l’apice dell’utopia degli anni ‘70, si apre con “Rebel Rebel” di David Bowie perché è una canzone simbolo del ‘74. Così come il racconto su Borg e McEnroe nella finale di Wimbledon dell’81 parte con “A Berlino che giorno è” di Garbo, perché è dell’81 e perché mi piaceva avere qualcosa di italiano ma se uno dovesse dire qual è la canzone d’eccellenza di quell’anno, proprio come epoca e rispondenza, dovrebbe dire “I jut can’t get enough” dei Depeche Mode. Quindi da un lato c’è questa contingenza legata come adesione della canzone alla data, dall’altro c’è un’associazione anche piuttosto scontata che però secondo me serve. Ad esempio nel racconto di Gino Bartali c’è “Bartali” di Paolo Conte. In altre sono andato per associazioni legate al testo, tanto è vero che alcune sono canzoni anche non conosciutissime, per esempio c’è “Mary” dei Supergrass, un gruppo di britpop anni novanta, c’è un inedito “Anarchico autunno”, realizzato dai musicisti che suoneranno con me, abbiamo “Autumn lives” versione Sinatra, gli Afterhour… C’è tanta roba, venti canzoni. Non le ascolteremo tutte, ascolteremo dei pezzi e in due canto e suono anche io. Molti racconti sono nati proprio sull’ispirazione di canzoni.
Sviscerato anche il secondo. Il terzo tema..
Il teatro. La dimensione teatro è quella che più mi appartiene e che deve trasparire e sottendere a tutto quello che andiamo a realizzare. Per quanto sia uno spettacolo che ha tanti linguaggi perché abbiamo i musicisti dal vivo, la scenografia che in realtà è composta da video proiezioni molto particolari, alcune cose vanno avanti a oltranza, altre sono foto singole, altri sono contributi video e altri saranno solo delle scritte, dei banner. Ma tutto è riconducibile ad una dimensione che è di spettacolo teatrale. Debuttiamo al Brancaleone perché è uno spazio polivalente e soprattutto per celebrare il coraggio di un luogo importante per Roma, che da quest’anno si espone al teatro. Fondamentalmente il problema in una città come Roma, dove siamo in tanti, dove si producono tante cose anche di buon livello, sta nel trovare luoghi, spazi. La difficoltà molto spesso è anche economica, perché sappiamo quali siano gli affitti sala, i costi Siae. Trovare degli spazi che ‘ospitino’ - perché il Brancaleone ci ospita - o come la Sala Pintor, dove faremo lo spettacolo il 18 aprile, trovare persone coraggiose come queste che diano ad un regista non esordiente ma quasi la possibilità di esprimersi, è molto importante. Ecco, il Brancaleone è rispondente allo spettacolo perché è un luogo di concerto ma anche un luogo che per quell’ora e mezzo garantisce una dimensione completamente teatrale. L’ obiettivo è poi di portare questo spettacolo nei teatri veri perché comunque sono convintissimo che questo sia uno spettacolo di teatro vero, teatro di racconto certamente, però diamo anche qualcosa in più rispetto a quella che è la dimensione del puro e semplice teatro di racconto. Fino a due settimane fa ho avuto la fortuna di stare per tre anni in compagnia con Marco Baliani, forse il vero capostipide del genere teatro di narrazione, e da questo ho imparato moltissimo. Lui predilige la dimensione attoriale, mentre invece altri come Paolini già hanno cominciato nel loro percorso ad affiancare la musica ma sempre come colonna sonora. Io invece credo che in uno spettacolo come questo, la canzone come anche “testo di canzone” siano parte integrante del testo recitato. Quindi mettere insieme tutto questo può produrre qualcosa che magari potrebbe essere impropriamente accostato al discorso che ha portato avanti per anni Gaber o che adesso, devo dire in modo meritorio, stanno portando avanti Tosca e Massimo Venturiello. Noi siamo in una dimensione un po’ più pop, ma mi interessava creare qualcosa che fosse popolare e non popolaresco però, perché di popolaresco ne abbiamo fin troppo in questo momento. L’essere popolare è un’altra cosa. C’è una frase bellissima che ha pronunciato Francesco De Gregori dal palco del primo maggio, prima di cantare in coppia con Giovanna Marini, e quella me la porto sempre: lui presentò il concerto dicendo che avrebbero cantato delle canzoni popolari che vuol dire “scritte da noi, scritte da voi”. E ‘Le storie del piccolo Neeskens’ sono state anche scritte da altri, da voi, da chi verrà a vederlo.
Mettendo insieme queste storie hai ‘giocato con il tempo’, c’è linearità?
Ci sono un po’ di salti all’interno comunque di quello che è un procedimento generazionale. Essendoci molto di personale in questo spettacolo, o comunque abbastanza, e partendo anche da quella che è un presupposto importante che è la mia esperienza familiare, mi piaceva creare una cronologia attraverso le tre generazioni di cui sono protagonista ovvero quella di mio nonno, di mio padre e la mia.
Tre generazioni mi fa venire in mente “Piazza d’Italia” di Tabucchi…
‘Farebbe’ venire in mente Piazza d’Italia, ma noi con la chitarra elettrica. Diciamo che noi partiamo da quella che potrebbe essere una chitarra Gibson jazz per arrivare a una Fender strato del 2010. Questo è il percorso temporale generazionale. Se c’è una linearità di tempo c’è questa, partiamo da mio nonno e mia nonna per arrivare a mio padre e mia madre per arrivare a me e poi ritornare a quella che era la generazione precedente. Effettivamente saltiamo perché se volessimo proprio procedere per date partiamo dal ‘48 andiamo all’85 arriviamo al ‘01 per tornare al ‘73, passiamo al 74 e all’81 per finire poi con una chicca che è dei primi anni ‘90. Il salto temporale c’è, in una situazione comunque di cornice generazionale che è molto precisa. Anche perché questo salto temporale poi è riconducibile a una situazione che è mia, quindi a una situazione che è sempre attuale. Poi appunto, il salto temporale è intimamente legato a quello che è un discorso di spettacolo non lineare, “Le storie del piccolo Neeskens” non è uno spettacolo dichiarativo, che parte da un punto A e arriva al punto Z. Il contenitore c’è, però saltiamo perché abbiamo delle fermate, abbiamo dei ritorni. Sai com’è il paragone che faceva Edward Carr col suo concetto di storia “la storia è un corteo di uomini in cammino”: il corteo si può fermare, può tornare indietro, può caricare, andare avanti per ritornare indietro, però comunque il corteo va. E poi questo tornare agli anni ‘70 dopo aver parlato degli anni ‘90 secondo me era importante, per ripercorrere elementi magari in un primo momento non sviscerati completamente. Poi sono molto legato alle date, e nello spettacolo le date sono importanti. La data è importantissima perché è un tassello del concetto di identità. Come possono esserlo le nostre impronte digitali, come possono esserlo la nostra voce, il colore dei nostri occhi. Sapere che in un determinato giorno, mese, anno è successo qualcosa mi rassicura perché è una parte di me, ma penso possa essere anche una parte di te, possa essere una parte di tutti.
Sono dei punti di riferimento e in un certo senso si capisce da quello che dici e da come è strutturato lo spettacolo che sei molto legato al vissuto, a quello che è già stato in passato…
Assolutamente, c’è quella bellissima poesia di Ungaretti che si trova nell’ultima sezione dell’Allegria, “Lucca”, in cui c’è un verso che io tengo stampato in mente “so di passato e di avvenire quanto un uomo può saperne“. Credo molto nel sentimento del tempo tant’è vero di Ungaretti, che è il mio poeta preferito, la raccolta di poesie che amo di più non è “Il porto sepolto” ma è “Il sentimento del tempo”, ed effettivamente noi che cosa siamo senza il nostro passato? Ci rifletto continuamente su questa cosa qua, per quanto questo discorso sarebbe più accettabile e plausibile da un sessantenne. Partiamo da un presupposto: per quanto una vita possa essere giudicata lunga, intimamente l’avvertiamo sempre come brevissima. Mio nonno è morto a 96 anni e le sue ultime parole sono state ‘la mia vita è stata un soffio’. A 96 anni. E qual è l’unico modo che abbiamo per conservare questa cosa? Riflettere sul nostro passato, scavare, recuperarlo, ristudiare la nostra vita perché credo che ogni singolo giorno abbia comunque un’ importanza fondamentale e per questo sento l’esigenza di recupero, di restauro mentale. Non importa essere vecchi dentro o giovani fuori l’importante è conservare, rielaborare e poi riportare. Poi col passare degli anni riesci a collocare tutto in una prospettiva, e allora il passato diventa sempre più dolce, sempre più tenero. Questo non vuol dire che si viva con nostalgia, non è un discorso di nostalgia anche perché, appunto, si sa di passato e di avvenire quanto un uomo può saperne, perché si è sempre proiettati verso il futuro. Però si vive su questo doppio binario, proiettare verso il futuro quello che è il passato. E il passato viene fatto decantare. Che cosa possiamo dire di essere stati e soprattutto, per chi vuole raccontare, che cosa si racconta? E’ difficile raccontare il futuro, il futuro lo puoi prospettare. Chi racconta scava nell’elaborazione di quello che c’è stato precedentemente e di tutto quello che c’è stato intorno perché c’è tutto un mondo attorno al nostro passato e specialmente nella nostra era, il ritmo in cui tutto quanto è cambiato in questi 30 anni è stato molto più rapido. L’uomo c’ha messo, vogliamo dire, 10mila anni per mettersi un motore sotto al sedere e nell’ultimo secolo ha fatto fuori quasi tutte le risorse energetiche. Allora che cosa possiamo raccontare al futuro e ai nostri figli se non ci facciamo portatori di qualcosa che comunque è importante? Perché il nostro passato è importante, però è tutto molto veloce, troppo veloce. Se non riusciamo a fermarlo, in qualche modo, ne rimaniamo travolti e rimaniamo vittima di quello che, secondo me, è la malattia di questo XXI secolo che è la distrazione. Siamo tremendamente distratti, in tutto. E la distrazione vuol dire perdita di identità. Il non ricordare vuol dire non essere. E questo dal punto di vista psicologico, dal punto di vista fisico, materiale, secondo me, si può coltivare anche con una sana attitudine al collezionismo. Molti considerano i collezionisti dei pazzi feticisti, secondo me sono solo persone che hanno bisogno di un promemoria per ricordarsi di chi sono, il desiderio forte di rimanere legati a qualcosa, di rivederlo, di toccarlo. Perché il tempo lo puoi toccare. Se prendi un libro comprato da tua madre nel ‘71 quel tempo lo ritrovi, lo tocchi. Quella nella foto di locandina è una maglietta del ‘78 che quando ho ritrovato è stata un’emozione paragonabile a rivedere un grande amore che pensavi perso da dieci anni. Oltre ad essere molto distratti stiamo anche perdendo l’abitudine ad emozionarci, a coltivare l’emotività buona. In questo momento nel nostro paese stiamo coltivando soltanto l’emotività cattiva, che porta alla litigiosità, alla non comprensione. Forse perché l’odio e il disprezzo nascono da presupposti banali, piccoli e soprattutto rapidi. L’amore invece va coltivato anche perché spesso è qualcosa che bisogna fare in due, e allora è anche difficile trovare il modo di coltivare tutto questo se non hai dall’altra parte una persona e delle persone altrettanto disposte quanto lo puoi essere tu.
Foto di scena: Enrico Febbo


